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Economia

 
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  Piccole imprese e Professionisti

 
I NODI DELL’ECONOMIA SALERNITANA 
IMPEGNO SINERGICO PER LO SVILUPPO

L’andamento registrato nel 2003 e le scelte programmatiche
a cura della Redazione Costozero

AUGUSTO STRIANESE
Presidente C.C.I.A.A. di Salerno
Vicepresidente Unioncamere delegato all'internazionalizzazione - segreteria.presidenza@sa.camcom.it

Una prima analisi dell'andamento economico della provincia di Salerno nell'anno appena finito fornisce, ancora una volta, dati contraddittori, tipici delle economie di transizione, come la nostra, che sta tardivamente scoprendo la sua naturale vocazione turistica e agroalimentare. Si chiude un altro consuntivo annuale registrando l'antico deficit di infrastrutture e la situazione di grande disagio di aziende investite da crisi settoriali, come quella dell'automobile, nate e cresciute altrove. Permangono i problemi legati al calo dei consumi, avvertiti in primo luogo dalle imprese commerciali. Si presentano egualmente inalterate le difficoltà connesse al finanziamento delle imprese, a causa anche del trasferimento dei centri decisionali dei principali istituti di credito e del conseguente cambio della dirigenza, che ha letteralmente travolto un sistema collaudato di relazioni e di conoscenza del tessuto produttivo locale. Ci lasciamo definitivamente alle spalle un 2003 in cui una sorta di congiunzione astrale ha fatto registrare una insolita sinergia fra le istituzioni, ritrovatesi ad affrontare insieme le prospettive aperte dalle nuove politiche di utilizzazione dei fondi strutturali comunitari, ma anche problemi antichi (come l'aeroporto) su cui si erano impantanate le procedure del passato. La volontà di superare uno storico ritardo di sviluppo ha dato vita a documenti condivisi, a una partecipazione comune a progetti e iniziative di largo respiro, a partenariati ampi e di alto livello istituzionale e a occasioni di confronto con le categorie economiche, anche oltre le rappresentanze istituzionali nella Camera di Commercio, investita da una forte voglia di cambiamento, innescata dalla legge di riforma. Nel mondo produttivo è cresciuta la domanda di servizi (il sistema locale di erogazione di servizi reali alle imprese, riconducibile al sistema camerale, è entrato nella logica della integrazione e del coordinamento, anche se molta strada resta ancora da fare per adeguarlo alle attese delle imprese e del tessuto produttivo) e sono diventati elementi strategici ricerca, innovazione, formazione e internazionalizzazione. Anche operando in una logica di sistema, però, è risultato difficilissimo fronteggiare i vincoli di sempre che vanno dalla lontananza dei mercati all'accesso al credito. Da questo scenario hanno origine le scelte programmatiche dell'ente camerale e la connessa previsione di attività per il 2004, un anno di transizione, che potrebbe essere quello della significativa svolta. È possibile, infatti, in un contesto libero da "rematori contro", che i nodi infrastrutturali cronici possano essere affrontati e avviati a soluzione a partire dal lavoro finora portato avanti dalle istituzioni. Per l'aeroporto, proprio il forte e convinto impegno istituzionale ha sbloccato un immobilismo annoso portando la situazione sulla dirittura di arrivo. Analogo impegno è necessario per l'interporto, il cui progetto è stato avviato ai tempi in cui il sottoscritto presiedeva l’Associazione degli Industriali della Provincia di Salerno, e che ancora oggi è fermo al palo. Una portualità turistica degna della città e della magnifica costa da Positano a Sapri, assieme a una decente viabilità e ai servizi entroterra, sono le altre condizioni infrastrutturali che bisogna affrontare con determinazione. Un'azione che deve impegnare tutti ancora di più, come - ne sono certo - verrà ribadito anche in occasione degli Stati Generali dell'economia salernitana, opportunamente convocati dal Presidente di Assindustria Andrea Prete. La Camera di Commercio, ormai del tutto in linea con lo spirito della legge di riforma, ha adottato una linea di indirizzo strategico rivolta a far crescere una forte soggettività politico-istituzionale al servizio del sistema delle imprese, in collaborazione con le associazioni delle categorie produttive e di rappresentanza degli interessi economici, che sono i referenti naturali dell'azione camerale con le imprese. La collaborazione investe direttamente gli altri soggetti del sistema, attraverso la promozione e la realizzazione della rete con i vari organismi camerali, sia a livello provinciale, sia sul piano regionale, nazionale e internazionale. In armonia con tale linea strategica portante, anche il programma di attività per il 2004, persegue una politica di sviluppo di sistema e quindi trasversale ai singoli settori economici. Non vi è dubbio che l’opzione unanime voluta dalle rappresentanze delle categorie tenda a promuovere la crescita dei settori trainanti del "Sistema Salerno". In questo quadro, la specificità dimensionale delle imprese deve rappresentare un riferimento costante al fine di generare una sempre più diffusa convinzione che le produzioni di qualità, proprie delle piccole imprese, sono, del resto, quelle che hanno maggiori possibilità di successo nel mercato globale. La individuazione dei principali filoni dell'intervento camerale, contenuta nel programma pluriennale giunto al terzo anno, corrisponde alle conclusioni di un'analisi di base, con le conferme scaturite dal continuo monitoraggio dello scenario e vede in primo piano i capitoli della finanza alle imprese, dell'informazione economica, delle infrastrutture, dell'internazionalizzazione, dell'occupazione, della regolazione e dello sviluppo del mercato e tutela del consumatore. L'agroalimentare, l'artigianato, il commercio, le piccole e medie imprese sono i referenti dell'azione camerale, attraverso il rinnovato ruolo delle rispettive associazioni. Senza tralasciare forze sociali e, più in generale, i consumatori/utenti, il cui coinvolgimento allarga la competenza operativa della Camera di Commercio, giustificando e rendendo imprescindibile la sinergia istituzionale che ci auguriamo possa caratterizzare anche il prossimo anno. 



Nella classifica della ricchezza prodotta dalle province italiane, diffusa recentemente, la provincia di Salerno guadagna due posizioni rispetto al 2001, ma è ancora all’82° posto. Per consolarsi, allora, occorre guardare all'incremento (+5,2%) superiore sia alla media regionale (+3,2%), sia a quella nazionale (+2,6%). La buona performance è da attribuire in gran parte al settore dei servizi, che contribuisce per il 75% alla produzione della ricchezza provinciale e che nel 2002 (gli ultimi dati ufficiali relativi al Prodotto Interno Lordo si riferiscono proprio a tale anno) ha segnato il più alto incremento del reddito prodotto nell'ultimo quinquennio, pari al 6,4%. Oltre alla crescita del PIL, si registra quella del numero delle imprese: le aziende attive a fine settembre sono diventate oltre 93.000, con una variazione di +1,7% rispetto all'anno precedente (crescono di più alberghi e ristoranti, servizi finanziari, assicurativi, alle imprese). Anche l'export del settore portante della nostra economia, l'agroalimentare, ha fatto registrare nello stesso lasso di tempo un +2,4% che, assieme ai prodotti del legno e ad altri di tipo manifatturiero, ha contribuito a contenere, dopo un primo semestre brillante, il calo complessivo (attestatosi sul 2%, contro il 14% regionale). Cala la cassa integrazione guadagni (-15%) e il numero totale di ore autorizzate (-26,3%); mantiene l'occupazione (+0,6%); aumenta, malgrado la congiuntura internazionale, il movimento turistico (arrivi +0,8% e presenze +1,3%); buono l'andamento dell'industria delle costruzioni.

VERSO UN MONDO “GLOCALE” 
UN’ETEROTOPIA PER IL FUTURO DELLE PMI

Intertrade per la valorizzazione del territorio negli scambi internazionali
di Demetrio Cuzzola Presidente di Intertrade - Azienda Speciale della Camera di Commercio di Salerno - cuzzola@intetrtrade.camcom.it 

Cambiare per non perdere competitività. Oggi la sfida alla mondializzazione si gioca all'attacco: solo chi attrae riesce a trattenere. Il processo di innovazione, infatti, non è stimolato da un atteggiamento protezionistico, difensivo. La chiusura si ripercuote, fisiologicamente, sulla capacità di vendersi. Un aspetto decisivo diventa, quindi, l'innovazione in ognuna delle sue forme: dal prodotto al processo, dall'organizzazione alla strategia. In questa fase di cambiamento, il successo dipende dalla capacità di essere "glocali". Il filosofo francese Michel Foucault usava il termine eterotopia come contrappunto all'utopia (intesa come luogo immaginario della speranza), per indicare uno spazio reale in cui luoghi diversi, anche fra loro incompatibili, riescono a convivere. In questo senso, il glocale sarebbe "un prodotto artificiale" di una nuova capacità di progettazione culturale che in sé ha l'appartenenza al concetto di mondializzazione e allo spazio della comunità locale. Le Pmi oggi vivono e subiscono la globalità. Gli shock, sia positivi che negativi, da cui dipendono diverse variabili aziendali, provengono da lontano, la tragedia delle Torri Gemelle o la guerra in Iraq, e comportano un ampliamento spaziale dell'attenzione. Da essi derivano non solo l'evoluzione delle variabili finanziarie (borse, tasse, tassi di interesse, cambi), ma anche l'andamento della domanda dei prodotti aziendali, oltre che dei costi di materie prime e degli altri fattori produttivi. Contestualmente le Pmi legano il loro successo ad un "capitale" circoscritto geograficamente, notoriamente locale. Problema che la grande impresa, presente su più mercati può mediare, sfruttando le condizioni tipiche dei diversi territori nei quali opera. La localizzazione dell'attività è un fenomeno (purtroppo) ancora troppo diffuso tra le Pmi, con una percentuale altissima nelle realtà meridionali. Ciò comporta una staticità rispetto alle occasioni di cambiamento e alle opportunità offerte dall'innovazione. La rivoluzione effettuata dalla "Information Technology" nel campo dei sistemi di informazione, infatti, rappresenta oggi uno dei principali fattori critici dello sviluppo, che ha la capacità di agire favorevolmente nel processo di espansione globale dei mercati. La conseguenza è data da una forte concorrenza in ambito internazionale. Certamente se tale globalizzazione dell'economia fosse ostacolata da atteggiamenti di passività o di retroguardia, i paesi a sviluppo tecnologico avanzato che non sostenessero attivamente gli operatori commerciali in questa sfida subirebbero una rapida recessione del loro sviluppo. Infatti l'automazione della produzione, priva di un mercato in espansione, andrebbe facilmente in regime di sovrapproduzione e la conseguente ampia disoccupazione muterebbe in tracollo il benessere acquisito dai paesi ad alto tasso di industrializzazione. La sfida è quindi aperta e, data la complessità del cambiamento, è necessario capire come affrontarla e con quali possibilità di successo. Certamente i fattori di crescita oggi sono diversi da quelli che caratterizzavano i periodi precedenti e addirittura alcuni settori o territori che erano sinonimo di successo oggi vivono un periodo di stasi o perfino di declino. L'individuazione delle potenzialità di un mercato deve essere relazionata alle dinamiche macro economiche. Proprio da queste ultime nascono dei problemi. Nella disputa apertasi sul commercio estero della Cina sono emersi i limiti strutturali delle norme e dei comportamenti che sono a capo delle dinamiche di mercato. Se a livello nazionale il sistema degli scambi è regolamentato dal Parlamento, nello scenario internazionale chi ne controlla il funzionamento è l'Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) sulla base di una negoziazione internazionale chiamata GATT (Accordo generale sulle tariffe e il commercio). Lo scopo è abbattere le barriere tariffarie e vigilare sul rispetto degli accordi di libero scambio sottoscritti dai Paesi membri. A seguito dell'Accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio (TBT - Technical Barriers to Trade) del WTO, gli stati membri firmatari si sono impegnati a cooperare allo sviluppo e all'uso di norme internazionali, anche se il concetto di ciò che rappresenti "norma internazionale" è interpretato diversamente dai vari stati membri e dalle organizzazioni. 
Allo stato attuale delle cose vi sono tre aspetti che vanno valutati:
- la concorrenza mossa ai paesi sviluppati da quelli a minor costo del lavoro;
- gli aggiramenti delle regole del libero scambio e le contraffazioni;
- la diversa incidenza degli oneri fiscali e sociali nel pianeta.
La crisi istituzionale del WTO è, di per sé, un riflesso dell'idea di un'integrazione accelerata della produzione e dei mercati. La crisi finanziaria asiatica del 1997 prima, e il crollo dei mercati azionari del marzo 2000 poi, hanno spinto le élite dell'economia europea e americana a perdere sempre più di vista il progetto di un'economia globale integrata, per spostarsi verso politiche mirate a tutelare gli interessi del capitalismo nazionale o regionale. Attualmente gli scambi non si svolgono in un clima ideale e di correttezza, ma certamente si sta andando verso un miglioramento grazie proprio all'opera del WTO col sostegno dei paesi leader. L'adesione della Cina, il cui aumento delle esportazioni è termometro del successo che negli ultimi anni sta conseguendo il Paese orientale, è una conferma della tendenza al miglioramento delle condizioni del commercio internazionale. «La Cina è una grande opportunità» che va colta attraverso un «maggior rispetto delle regole e meno dazi». È il viceministro alle Attività Produttive Adolfo Urso a sottolineare che la Cina rappresenta una grande chance per le imprese italiane. Tuttavia le accuse rivolte alla Cina sono proprio quelle che il WTO cerca di combattere: comportamenti differenziati tra importazioni ed esportazioni, a danno delle prime, e contraffazione dei marchi di fabbrica e di qualità dei prodotti stranieri. Alle problematiche collegate al "caso cinese" si affianca l'attenzione sugli scambi ai quali partecipano i paesi che non hanno una rete adeguata di protezione sociale e che, in termini tecnici, operano in "social dumping" ossia in un regime, sia pure peculiare, di vendita "sotto costo" dei prodotti. Per evitare che i Paesi aderenti al WTO si facciano giustizia da soli, applicando dazi o misure protettive, il problema va affidato alle organizzazioni internazionali, le quali dovrebbero prefiggersi il compito di non diffondere solo le condizioni di benessere materiale, ma di cooperare per innalzare il livello di civiltà del pianeta. L'operatore economico che intende misurarsi con i mercati internazionali ha, quindi, l'esigenza di dotarsi di adeguati strumenti conoscitivi, per superare con successo le sfide che lo attendono. In questi casi, avere informazioni attendibili si rivela una strategia efficace, al fine di ridurre i rischi di incertezza legati alle operazioni economiche con l'estero. Conoscere il quadro normativo di riferimento in un determinato Paese, la disciplina di settori specifici, i contratti internazionali in uso, i mezzi di tutela giudiziaria, può agevolare il perseguimento degli obiettivi individuati. Proprio a tali esigenze l'Area Legalità Internazionale di Intertrade intende offrire soluzioni concrete, attraverso un servizio di assistenza tecnica sulle principali questioni legali connesse ai rapporti d'affari in un determinato paese estero.

PMI ed economia europea: il quadro generale dell'anno 2003

L’Osservatorio UE ha di recente pubblicato la relazione annuale sullo sviluppo
di Salvatore Vigliar Docente di Diritto dell’Informazione e della Comunicazione - Università della Basilicata
Esperto Politiche Comunitarie Associazione TECLA - savig@tin.it

Diverse volte, in questa rubrica, si è avuto modo di trattare tematiche connesse alle opportunità (economiche e strategiche) comunitarie relative alle PMI, con particolare riguardo agli aspetti dello sviluppo e dell'innovazione tecnologica, fattori necessari per incrementare il livello di competitività delle imprese europee rispetto ai processi di globalizzazione che stanno interessando il mercato internazionale di beni e servizi. La complessità e la eterogeneità dei temi trattati, unitamente alla necessità di assicurare un'informazione che risultasse adeguata ai diversi settori in cui operano le aziende e i soggetti che accedono ai contenuti di questo magazine, hanno reso difficile, a volte, procedere al dovuto livello di approfondimento; la speranza, comunque, è che, considerando la completezza dei dati forniti, da un lato, nonché la possibilità di contattare direttamente chi scrive o gli uffici della Commissione europea (a tale scopo la redazione ha sempre indicato i relativi indirizzi di posta elettronica), dall'altro, il servizio sia risultato di utilità e di interesse per le differenti categorie di lettori. In chiusura di anno, sembra opportuno "tirare le somme" relativamente al quadro generale in cui operano le PMI europee che, almeno per quanto riguarda quelle situate nel territorio della Regione Campania, risultano essere le naturali destinatarie delle informazioni fornite da questa rubrica nei mesi trascorsi. Uno strumento idoneo ad assicurare la diffusione di notizie certe risulta essere l'Osservatorio delle PMI europee, istituito presso la DG Imprese, che ha recentemente pubblicato la relazione annuale relativa al "quadro generale di sviluppo delle PMI"; di questa si fornisce, di seguito, una sintesi degli aspetti ritenuti di maggiore interesse e si coglie l'occasione per formulare a tutti i lettori un sincero augurio di buon Natale e felice anno nuovo.
PMI ed economia europea.
Si contano 20,5 milioni di imprese nell'Area Economica Europea - EEA (inclusa la Svizzera), che offrono impiego a 122 milioni di persone. Circa il 93% di queste sono microimprese (da 0 a 9 lavoratori), il 6% sono piccole (da 10 a 49 addetti), meno dell'1% sono medie aziende (da 50 a 249) e soltanto lo 0.2% sono grandi imprese (più di 250 persone lavoratori). Di tutte queste imprese, circa 20 milioni sono collocate all'interno dell'Unione Europea. La distribuzione delle classi secondo la dimensione e l'occupazione si differenzia, tuttavia, tra i diversi paesi europei (ad esempio, la quota di microimprese è del 48% in Italia, e non meno del 57% in Grecia). Di media, un'impresa europea (anche includendo le grandi) offre occupazione a 6 persone, contro i 10 lavoratori assunti in media da una impresa giapponese e i 19 di una americana; ne consegue che in Giappone le PMI danno lavoro al 33% della totale occupazione, nel USA il 46%, mentre le PMI nell'UE fanno fronte al 66% della totale occupazione. Una delle principali cause di tale differenza può essere ricercata nelle peculiarità della struttura economica dei diversi territori; in particolare, la presenza di un rilevante mercato domestico nel quale la diversità culturale è molto meno accentuata che in Europa, unitamente ad un diverso regime di diritto societario, in Giappone e negli USA agevola la concentrazione di capitali e, dunque, lo sviluppo di imprese di grandi dimensioni.
Una ricerca effettuata dal Network Europeo per la Ricerca sulle PMI (NERP) rivela che appena più della metà delle PMI si impegnano nell'individuazione di strategie di sviluppo (29%), nell'aumento degli utili (9%), nell'innovazione (7%) e nell'ottimizzazione della qualità di processo e/o di prodotto (7%).
Le rimanenti imprese si preoccupano della possibilità di continuare ad operare (20%) oppure puntano al consolidamento delle attività (21%).

Profili dell'imprenditore europeo.
I processi di creazione di impresa e le probabilità di sopravvivenza oltre la fase dello start-up dipendono dal 'profilo' dell'imprenditore. L'età media dei nuovi industriali è di circa 35 anni; ciò
dimostra che la decisione di avviare una attività imprenditoriale è frequentemente assunta alcuni anni dopo il compimento della formazione universitaria e post-laurea, e non prima di avere acquisito il necessario know-how operando nel settore di interesse in ruoli più o meno secondari. Gli imprenditori nel settore dei servizi (specialmente servizi alle imprese e nell'alta tecnologia) hanno raggiunto un livello di istruzione più elevato rispetto a quelli del comparto manifatturiero; ancora domina un livello di istruzione più basso nelle costruzioni, trasporti e nel settore alberghiero, ristorazione e catering. In generale, i nuovi imprenditori continuano ad operare nel medesimo settore che li vedeva impegnati prima di iniziare la propria impresa. Tutti i Stati Membri offrono misure finanziarie di agevolazione per stimolare l'imprenditoria. Queste risultano di varia natura e consistono, da un lato, in provvedimenti relativi a prestiti e sovvenzioni e, dall'altro, in provvedimenti di servizio e di supporto di tipo tecnico, legale, consulenziale, formativo e informativo. Con l'eccezione di casi specifici (principalmente legati ad attività economiche connesse all'alta tecnologia e all'artigianato), le analisi rivelano che le sovvenzioni sono ancora una rilevante fonte di finanziamento esterno per l'avviamento di attività imprenditoriali. I servizi di supporto generalmente vengono considerati di effetto positivo sulla creazione di nuove imprese. Tuttavia, l'impiego di questi servizi è, tra l'altro, determinato dalle capacità degli imprenditori: più elevata è l'istruzione dei nuovi, più risulterà utile l'erogazione dei servizi di supporto.

L'imprenditorialità femminile.
Le donne rappresentano oltre il 29% degli imprenditori europei. Le imprese "rosa" sono principalmente attive nei settori commerciali e vendite e nei servizi personali (24% - 29%), mentre solo una su dieci è presente nei settori trasporti e comunicazioni. Sono rilevabili, comunque, sostanziali differenze tra gli Stati Membri. In Francia, Belgio, Finlandia, nel Lussemburgo, nei Paesi Bassi, e in Svizzera oltre un quarto delle PMI hanno donne come imprenditrici, mentre in Grecia, in Austria, nel Regno Unito e in Danimarca il numero di imprese femminili è piuttosto basso (14-16%). In linea generale, è stato riscontrato che le attività femminili risultano maggiormente focalizzate sulle azioni rivolte allo sviluppo di impresa rispetto a quelle maschili.

PMI ed Istituti di credito.
Il rapporto con le banche è di vitale importanza per le PMI. La maggior parte di esse (65%) si è dichiarata soddisfatta dei servizi bancari ricevuti dagli Istituti di credito. Di tutte le PMI che necessitavano di un prestito negli ultimi tre anni, quasi tutte (84%) hanno ottenuto quanto richiesto.
Circa il 40% delle PMI non avevano bisogno di prestiti negli ultimi tre anni. All'incirca il 12% ha affermato di non aver ottenuto il prestito di cui necessitavano; i principali motivi che hanno portato le banche a rifiutare la concessione di prestiti sono i seguenti:
- le imprese non erano in grado di fornire garanzie sufficienti; ciò è particolarmente vero per le micro e le piccole imprese (23%);
- la banca ha espresso insoddisfazione della performance commerciale dell'impresa (7%);
- l'istituto di credito ha espresso insoddisfazione rispetto all'informazione fornita dall'impresa (5%).

Per una descrizione delle attività della DG imprese, visitare il web-site della Commissione Europea:
http://europa.eu.int/comm/dgs/enterprise

Per ulteriori informazioni sull'Osservatorio delle PMI europee, consultare il sito: http://europa.eu.int/comm/enterprise/enterprise_policy/analysis/observatory.htm.

Il sito contiene anche informazioni sulle relazioni precedenti dell'Osservatorio.

L’argomento trattato verrà ulteriormente approfondito nel corso del prossimo numero di Costozero gennaio-febbraio 2004.

 
Etica, mercato, impresa. Riflessioni sugli scenari di questi anni

Essere responsabili ponendo di nuovo al centro l’uomo e le sue relazioni
di Oreste Pastore Area Legislativa - o.pastore@assindustria.sa.it

Le imprese sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo in un mondo sempre più in bilico tra tradizione e modernità, globalizzazione ed esaltazione delle differenze. Una recente indagine Unioncamere, svolta su un campione di 3663 unità, stabilisce che «essere socialmente responsabili migliora le performance, favorendo le aziende nel tempo». Tra gli strumenti in campo, la Social Accountability 8000, la Certificazione Etica, uno standard volontario riconosciuto a livello internazionale, il cui obiettivo è misurare il grado di eticità e responsabilità sociale di un'azienda. L'impresa dimostra, per mezzo di questa Certificazione, di perseguire procedure e politiche che garantiscano comportamenti non lesivi delle dignità personali a tutte le parti interessate (dipendenti, società, istituzioni, fornitori e finanziatori). Già nel Codice Etico proposto da Confindustria e adottato da qualche anno dalla nostra Associazione, si precisa che «l'eticità dei comportamenti non è valutabile solo nei termini di stretta osservanza delle norme, ma essa si fonda sulla convinta adesione a porsi, in diverse situazioni, ai più elevati standard di comportamento». Un atteggiamento che i Giovani Imprenditori, nella loro mission, esprimono così: «Siamo gli imprenditori del futuro. I valori in cui crediamo sono la responsabilità, il rischio, il merito, l'etica. Essi rappresentano i pilastri del modello di una società creatrice di opportunità e lavoro per tutti». Se dal versante della cittadinanza, si affermano sempre più, in questa ottica, i principi del consumo critico ed equilibrato delle risorse (acqua, energia), l'impresa, dal canto suo, si trova ad affrontare dilemmi storici: non era il profitto il motore dello sviluppo? Sbagliavano quanti avevano affidato alla tecnologia e al mercato i destini dell'umanità? Interrogativi non banali, che hanno trovato autorevoli argomenti di discussione su "La Repubblica", negli articoli di Giuliano Amato e del filosofo Umberto Galimberti. Secondo quest'ultimo oggi ci troviamo ad aver attraversato le epoche dell'etica dell'intenzione (di ispirazione cristiana, ancora alla base della nostra cultura giuridica), di quella laica (kantiana: «l'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo»), della responsabilità (con Weber: data l'espansione e il dominio dell'economia e della tecnologia, dobbiamo pensare ad un'etica che ci renda responsabili delle nostre azioni). In tutti i casi, proprio per le dimensioni che hanno assunto negli ultimi decenni tecnologia ed economia, tali schemi si sono rivelati inefficaci. Questo perché il mezzo denaro, assurto a unico indicatore economico, è diventato piuttosto un fine (pensiamo alle Borse), condizionando l'organizzazione delle società. In un tale apparato sociale, chi opera (l'imprenditore, ad esempio) "agisce" o semplicemente "esegue" le azioni prescritte dal mercato? Ma allora, si chiede Galimberti, se nessuno compie azioni in funzione di uno scopo, ma tutti eseguono, che spazio c'è per un pensiero "altro", cioè, per l'etica? La conclusione amara è che non disponiamo di un'etica all'altezza della tecnica e dell'economia globale. Per l'impresa che aspira ad essere responsabile, l'impegno è di costruire un proprio quadro di riferimento, mettendo al centro nuovamente l'uomo e le relazioni che direttamente lo coinvolgono. 

Articoli tratti da http://costozero.assindustria.sa.it/
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