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La Napoli musicale del Nausicaa Acoustic Quartet per Telethon

“Voglio cantare e si nun canto moro, E si nun canto me sento murire. Me sento fa’ nu nureco a lu core Nisciuno amante me lo po’ sciuglire”.
In questi versi di Libero Bovio è racchiusa tutta l’esplosione passionale del sentire musicale partenopeo.
E’ La canzone napoletana, la storia di un popolo che attraverso altissimi versi e musica immortale, si è posto in cammino, cantando il suo sentire, i suoi contrasti, la sua bellezza, la sua libertà, il suo amore, aprendosi ad ogni contaminazione, pur mantenendo intatta la propria inconfondibile identità.
Il Nausicaa quartet, composto da Angela Pederbelli, Gerardo Sapere, Sergio Avallone e Matteo Cantarella, intende offrire questa sera, alle ore 20,30, presso il circolo Santa Maria di Ogliara, nell’ambito del cartellone di Telethon 2006 , allestito da Carmelo Autori, una personale lettura della storia della canzone partenopea, attraverso le gemme più preziose del nostro canto, dal Cinquecento ad oggi, in un confronto plurilinguista, in cui la canzone viene liberata da ogni manierismo esecutivo, per ridonarla all’ascoltatore, filologicamente pura, ma con lo sguardo rivolto ad un futuro aperto ad ogni influenza diretta o indiretta, che la naturale evoluzione del linguaggio musicale ha esercitato su questa struttura compositiva.
Crediamo di sposare le intenzioni del Quartetto Nausicaa, affermando che si possa definire canzone napoletana quel componimento poetico musicale, i cui versi siano in dialetto napoletano e la cui melodia si riconoscibile come napoletana, appartenente, cioè, ad una precisa etnia, così come avviene per il fado, il flamenco e per altri generi musicali di tradizione popolare.
Tuttavia, risulta non facile fissare la specifica identità della canzone napoletana, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. E’ figlia della poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, e ha espresso, come le è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo.
Nello stesso tempo, però, si è adattata alle esigenze di mercato, diventando, di volta in volta, canzone di taverna, da salotto, da ballo, teatrale, sia comica che drammatica, e chi sa quante altre cose ancora. Non sempre e non solo bisogno di canto e di poesia, quindi, ma anche buono o cattivo artigianato. Il fatto singolare è che la canzone, “porosa” come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa.
Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da sonorità appartenenti ad altre culture e ad altri generi musicali, la melodia napoletana è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA. Andando per esclusione, non ci sentiamo di includere tra le canzoni napoletane Angelica di Di Giacomo, musicata da Ildebrando Pizzetti o i Funf neapolitaner Lieder, composti da Hans Werner Henze, su cinque testi di canti popolari, e altre composizioni del genere, così, come ci sembra improprio considerare napoletani certi brani recenti che, sebbene posseggano un testo nel nostro dialetto, fanno parte della gran marmellata dell’attuale “pop music” internazionale, dall’irriconoscibile identità. La stagione della canzone napoletana è sembrata tante volte esaurita.
Invece quel misterioso e sfuggente segno ogni tanto ricompare, anche nelle canzoni delle ultime generazioni, dimostrando, nonostante tutto, la vitalità di una tradizione. Fra un’antica villanella di Velardiniello e una canzone di Pino Daniele passano più di quattrocento anni. Eppure se provate ad accennare qualche frase di “Madonna, tu me faje…” (1537) e, di seguito, “Suonno d’ajere” (1977) di Pino Daniele, ci accorgeremo che sono figlie della stessa madre.
Il Nausicaa Acoustic Quartet proporrà un percorso musicale con il quale ci ha convinto di questa tesi, aprendo il suo spettacolo con due villanelle, per poi procedere dal periodo d’oro ottocentesco, che segna il passaggio dalla canzone popolare a quella d’amore di gusto moderno, segnato, come è riconosciuto da quella magnifica melodia, che risponde al nome di “Te voglio bene assaje”, alle canzoni firmate da Salvatore Di Giacomo dalla melodia limpida e trasparente ispirata al Tosti, sino a Reginella, Piscatore ‘e Pusilleco, per poi, dare l’addio ad una Napoli di maniera, che prende coscienza dei tempi cambiati.
La Napoli del dopoguerra è travolta dal vento del jazz e dai nuovi ritmi americani che sposano il nostro idioma. Strizzare l’occhio al jazz attraverso le canzoni napoletane significa omaggiare Renato Carosone, di cui sarà proposta N’appartamento a New York, e ancora l’omaggio a Viviani con “La rumba degli scugnizzi”, Passione, Tammurriata nera, “Quanta buscìe”, la canzone che dà il titolo allo spettacolo e per finire ‘ O sole mio.
La serata sarà aperta dal Nausicaa Children choir, un coro di voci bianche che proporrà i più bei canti di Natale, prima della premiazione del podio del 1° torneo di bocce Telethon 2006.

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