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La voce di
Buccino |
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Editoriale Estate 2005 Perchè l'imprenditoria non decolla a Buccino? La tragica scomparsa di Mario Di Leo, solo alcuni mesi fa, e la recente scomparsa di Lazzaro Addesso, mi portano a fare alcune riflessioni sulla storia dell’imprenditoria locale. Buccino ha avuto da sempre grandi personaggi nel campo delle arti e delle professioni. Ma, negli ultimi 50 anni sono stati pochi coloro che sono riusciti ad affermarsi e a crescere nel paese natìo. L’unica eccezione: la dinastia Magaldi. La Voce di Buccino ha fin dal primo numero illustrato la storia dei fratelli e delle sorelle Magaldi ( le magaldine). Questi sono stati i padri fondatori di una vera e propria scuola imprenditoriale che hanno saputo andare ben oltre le colonne d’Ercole dell’Antica Volcei. Su Nicola Magaldi rimandiamo il lettore all’articolo scritto da Nicolino D’Acunto e pubblicato nel numero precedente de La Voce. In questo articolo parliamo invece di Emilio Magaldi, con la fabbrica di pompe irroratrici per l’agricoltura, e di Paolo Magaldi, con la fabbrica delle cinghie in cuoio. Anche per loro e per i loro figli l’affermazione si è avuta solo quando il core business è stato trasferito a Salerno. Per Emilio e il Figlio Eduardo l’affermazione si è avuta anche perché hanno cambiato il tipo di attività. Dalle pompe irroratrici si è passati nel settore sanitario e in particolare nella ossigenoterapia . Oggi il successo imprenditoriale si è consolidato avendo diversificato le attività. In particolare viaggia su Web e in informatica soprattutto con Eugenio , figlio di Eduardo e nipote quindi di Emilio. Per Paolo Magaldi e il suo successore Mario, il successo si è avuto perché si è ampliata l’attività con la progettazione e la realizzazione di nastri trasportatori. La Magaldi Industrie esporta i suoi prodotti non solo in Italia ma in Europa e negli altri continenti. A ben vedere si tratta di prodotti che non interessano il mercato locale ma il più ampio mercato nazionale e internazionale. La prima riflessione è questa : i Magaldi hanno indirizzato la loro attività nella realizzazione di prodotti che non interessavano il mercato locale, altrimenti poveri loro. Qualcuno obietterà che nel passato ci sono stati centinaia di calderai, di calzolai, decine di falegnami, di sarti e in ognuno di questi mestieri c’erano dei veri e propri artisti. Ma, nessuno è riuscito ad uscire dalla piccola conduzione familiare per promuovere una produzione in larga scala. Eppure si producevano articoli di largo consumo a Buccino. E’ vero! Ma a Buccino. Se la maggior parte delle caldaie prodotte non si esportavano nei paesi limitrofi e nella vicina Basilicata anche questo settore fiorente fino alla fine degli anni 50 avrebbe conosciuto la sua crisi molto prima dell’arrivo della plastica. Ho aperto questo articolo citando, non a caso, Mario Di Leo e Lazzaro Addesso. Il primo ha lanciato negli anni 60 la ristorazione e negli anni 90 la ricezione alberghiera. Quest’ultimo settore forse troppo in anticipo sui tempi. Lazzaro Addesso, con il padre Francesco, sono stati i primi imprenditori edili che avevano una concezione moderna di come fare impresa, tanto è vero che avevano affiancato alle costruzioni edili anche la fabbrica di blocchi in cemento e mattonelle. Troppo bravi per la Buccino di ieri. Poco fortunati perché il terremoto è arrivato troppo tardi, quando la loro intuizione era naufragata di fronte alla immobilità del piccolo mondo volceiano. E’ mancata la fortuna, non il valore, a Mario Di Leo e a Lazzaro Addesso, sfortunati artefici del decollo dell’ imprenditoria locale. |
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Vita delle Associazioni Il noto cardiochirurgo Prof. Luigi Chiariello ospite dell’Associazione Campani nel Lazio ha trattato il tema: I PROGRESSI DELLA CARDIOCHIRURGIA (Foto con didascalia) Roma 12.05.05 – Angelo Imbrenda consegna al Prof. Luigi Chiariello una copia della Raccolta antologica I dieci anni de La Voce di Buccino. Professore Ordinario di Cardiochirurgia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiochirurgia presso la stessa Università. Primario dell'Istituto di Cardiochirurgia presso l'Università di Roma Tor Vergata, European Hospital. L’incontro conviviale dell’Associazione Campani nel Lazio svoltosi giovedì 12 maggio presso la Sala “ Vecchia America” da Corsetti all’EUR ha avuto come ospite d’onore il Prof. Luigi Chiariello, noto cardio-chirurgo, di origine campana. Per gli autoctoni lettori de La Voce di Buccino confermiamo che il Prof. Luigi Chiariello è sì un campano ma addirittura le sue radici sono proprio della nostra Buccino (Antica Volcei). Nei prossimi numeri del periodico parleremo ampiamente del Prof. Chiariello e della sua illustre e stimata famiglia. L’illustre cattedratico ha trattato il tema: “ I progressi della cardiochirurgia”. Il Prof Chiariello ha esordito mettendo in evidenza i passi che sono stati compiuti in un secolo nella cardiochirurgia. Ha ricordato come “ solo ad inizio novecento, un grande chirurgo viennese diceva che chiunque avesse osato mettere mano al cuore doveva essere radiato dalla considerazione dei colleghi perché il cuore veniva considerato allora un organo intoccabile. Ad un secolo di distanza si può invece affermare che non ci sono limiti per la cardiochirurgia. Né può essere considerato un limite l’età dei pazienti” . Con il supporto di diapositive, proiettate per rendere più facilmente comprensibile la sua relazione ad un variegato uditorio, il relatore ha mostrato come si può intervenire oggi sulle tante forme di patologie cardiache. Citiamo solo alcuni tra i più conosciuti interventi in cardiochirurgia che il Prof.Chiariello ha illustrato. Gli interventi sulle coronarie, con due procedure : con un bypass coronarico, ovvero un’arteria nuova per bypassare l’ostruzione . Negli Stati Uniti sono circa 750mila interventi all’anno, in Europa siamo intorno ai 250mila interventi. Questi tipi di interventi hanno una mortalità che si aggira intorno all’1% e nel contempo assicurano una vita più lunga e una migliore qualità di vita. L’alternativa al bypass coronario è l’angioplastica coronaria. Anche con questo tipo di intervento il rischio di mortalità si aggira intorno all’1%. Un video proiettore ha mostrato un intervento cardiochirurgico fatto dal Prof. Chiariello e la sua equipe presso il policlinico Tor Vergata di Roma. Una serie di slide hanno messo in evidenza i dati sulla crescita impressionante di interventi in soli dieci anni. Il prof. Chiariello ha evidenziato come sempre più sofisticati materiali vengono utilizzati, ad esempio le valvole cardiache. Alla fine del suo breve ma significativo excursus sui progressi della cardiochirurgia il Prof. Chiariello ha risposto ad alcune domande poste dai presenti. Un’altra perla si è andata ad aggiungere alla collana degli incontri conviviali organizzati dall’Associazione dei Campani nel Lazio, presieduta dal vulcanico avvocato, di origine partenopea, Mario Lepore. |
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L'asilo e le suore nei miei ricordi ( di
Maria Rosaria Pagnani ) Il palazzetto Massari-Bellelli in Via Q. Di Vona ha ospitato per oltre trent’anni un gruppetto di Suore della Compassione, un ordine francese. Un via vai di suorine dalla veste nera e dalla crestina bianca che arrivavano dalle varie Case sparse nelle diverse regioni d’Italia e un via vai di bambini e di adolescenti di Buccino paese. Il pesante portone scuro che si apriva sul buio androne del palazzetto e a destra la scala ripida, protetta da una ringhiera di ferro dalle linee essenziali, segnavano il poco invitante ingresso dell’asilo. Ogni bambino si faceva annunciare dal suono di un campanello a corda che mandava il suo scampanellio allegro o triste secondo l’umore di chi si avviava alla sua giornata dalle suore. La prima sala, per me, era la sala del pianto in gola, quello raramente versato anche perché non condiviso da mia sorella Caterina, che viveva in quegli ambienti ore serene, tanto che all’epoca sognava di diventare suora o ballerina di danza classica. Mentre, io vedevo per me una vita da lavandaia con lu stregatur o da professoressa di matematica. Nella sala del pianto in gola, vestivano un’intera parete attaccapanni a muro con grappoli di cappottini e mantelline impermeabili che si alternavano a golfini e a scialletti secondo la stagione. Guance rosse, nasi moccolosi, testine rasate e treccine strizzate erano, invece, di tutte le stagioni, insieme a geloni lenti a scomparire. Più dentro c’era la sala dei giochi con le sedioline e i banchetti di legno laccato bianco. Si passava, poi, a una sala di transito per salire attraverso una piccola scala ad un ambiente servito da un terrazzino, dove le più grandi imparavano a ricamare e si raccontavano i sogni di adolescenti. Qui sono stata iniziata al punto erba e allo smerlo, ma la mia sorpresa più entusiasmante non fu rendermi conto che con l’ago e il filo si potessero realizzare capolavori, ma che, come dicevano le più grandi, anche le sopracciglia andavano pettinate, per dare maggiore intensità allo sguardo. E ricordo ancora gli occhi belli di Alba con le sopracciglia arcuate. Prima della scaletta, a destra, si apriva una cappellina con fiori sempre freschi e ceri accesi, che le nostre mamme sostituivano con premura. Davanti a questa cappella si è consumata una delle mie prime delusioni. Una volta, superando la mia indicibile timidezza, rivolsi la parola a suor Laura, o a suor Maurina, o a suor Lidia, non ricordo, per chiedere come mai facessero entrare nell’asilo un prete per celebrare la messa mattutina e non se la sbrigassero loro, senza estranei, all’ora desiderata e soprattutto tra donne. Aspramente, ma cristianamente, fui rimproverata per avere osato immaginare una donna sacerdote, e per penitenza ebbi venti Avemarie su un inginocchiatoio manco tanto comodo. Cercai, allora, di farmi perdonare dalle suore e l’occasione mi si presentò quando fui ammessa in una grande sala con un lungo tavolo dove le suore ricamavano, pregavano e respiravano più che un’atmosfera celestiale, un’aria eternamente intrisa dei vapori dei minestroni di Suor Rosaria. Ad un certo punto mi nascosi sotto il tavolo e legai i cordoni terminanti con pesanti nappine a due suore che sedevano l’una di fronte all’altra. Forse quella sarà stata la prima e unica marachella della mia infanzia musona. Mi aspettavo che le suore scoppiassero a ridere, mi facessero una carezza per il mio tentativo di socializzare… Ma niente di tutto questo: un’altra rimproverata e altre venti Avemarie. L’asilo non era per me, né io per lui. L’unico ricordo dolce legato ai miei giorni trascorsi nel palazzetto Massari-Bellelli è quello legato alla scoperta visiva, gustativa nonché olfattiva del cioccolato in crema. A volte a merenda, la suora dispensiera apriva un’enorme scatola di latta, e spalmava su fette di pane nero una dolcissima crema. Che sarà stata la Nutella? Più piacevoli le uscite. Ricordo le passeggiate lungo la strada di Romagnano, quando le suore ci facevano gareggiare a chi raccoglieva più lumache sulle levigate pietre della costa tra cardoni e ortiche. Di certo, venivano trasformate in gustose zuppette da suor Rosaria. C’erano, poi, i guadi al fiume Bianco, raggiunto su un camion, forse quello di Romeo Z. tra curve da nausea e conati di vomito. Qui il bagno in mutande. Non ricordo a questo punto né l’impatto con l’acqua gelida né il disagio della biancheria umidiccia, perciò, ricostruisco che io, a mala pena, mi sarò bagnate le mani o, spudoratamente, i piedi nelle acque del mio fiume. Appena possibile chiusi i miei rapporti con l’asilo e preferii frequentare a cinque anni la scuola elementare. Così con un approccio poco edificante con le figure tutoriali “caddi dall’asilo delle suore alla scuola della maestra Bevilacqua”. |
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