![]() |
![]() |
||
|
|
|||
|
|||
![]() |
|
La voce di
Buccino |
|
Editoriale Inverno 2005 23 novembre 1980- 23 novembre 2005 Venticinque anni fa il terremoto Sono trascorsi 25 anni dalla sera del 23 novembre 1980. Il sisma che colpì l’Irpinia, la Basilicata, l’alta valle del Sele e le zone limitrofe, fece migliaia di vittime, distrusse interi paesi. I danni furono ingenti ma la corsa di solidarietà degli italiani fu all’altezza e nel solco della tradizione di umanità del nostro popolo. I governi che si sono succeduti in questi anni hanno profuso ingenti risorse finanziarie. La ricostruzione è quasi completata e sono pochi coloro i quali sono rimasti esclusi. Non entriamo nel merito della distribuzione dei tanti contributi arrivati e le modalità di assegnazione. Sarebbe una impresa ardua, se non disperata, e non è nel nostro compito. Ci preme fare alcune considerazioni sugli effetti collaterali che questa medicina ha avuto nelle menti e nelle coscienze delle popolazioni colpite dalla malattia sismica. Se il chinino di stato ha consentito di rimarginare le ferite e permesso attraverso la chirurgia edile di rifare il volto di tanti paesi come Buccino, alcuni effetti collaterali sono visibili a occhio nudo. Si tratta di danni materiali e morali. I danni materiali riguardano lo stravolgimento dell’ambiente urbano. L’abbattimento e relativa distruzione di intere case in pietra lavorata, sostituite da nuove ma con anonime e identiche facciate. Un danno arrecato ad un patrimonio edilizio secolare di incalcolabile valore. Ma ancora più grave è il danno morale subito dall’intera popolazione buccinese. Questa si è ritrovata stretta in una morsa che l’ha resa prima vittima e poi complice del suo carnefice. E chi è questo vampiro che non ha tolto certamente la vita alle sue vittime ma certamente ha rubato loro la linfa propria della comunità buccinese. Parlo del rispetto, della solidarietà, della coscienza civica svenduta a quel triste moloch autoalimentato dalla ricostruzione. I danni materiali sono sotto gli occhi di tutti, malgrado il recupero del patrimonio archeologico. Su questa dote lasciataci in eredità dagli antichi volceiani, oltre che sull’agricoltura e sull’agriturismo, che bisogna investire per sperare in una rinascita economica del territorio. Per poter far rinascere l’economia c’è bisogno però prima di riossigenare le menti e il cuore. Ma sapranno i buccinesi liberarsi dalle tossine incamerate nei venticinque anni di una lunga ricostruzione e ritornare ad essere un popolo volitivo, che sa assumere iniziative in proprio senza aspettare aiuti esterni? La speranza è riposta nelle nuove generazioni nate durante l’emergenza terremoto o che erano solo dei bambini innocenti che, pur crescendo in quegli anni,non hanno avuto modo di essere corrotti dal moloch della ricostruzione. Il Natale , la pace e i nudi artistici Mentre mi accingo a preparare il numero della Voce di fine d’anno, gli italiani sono presi dai preparativi per festeggiare il Santo Natale. La corsa agli acquisti, malgrado la crisi economica, è in pieno svolgimento e nella via dei presepi a Napoli ( San Gregorio Armeno) sono in vendita le ultime novità. Quest’anno ha fatto scalpore la statua di un nudo di donna da mettere in bella mostra sul presepe. Questo mi ha fatto ripensare al disagio che ho vissuto la notte di Natale di due anni fa nell’andare ad ascoltare la Santa Messa di mezzanotte in una chiesa di un paese vicino Cuneo. Qui come In molte chiese si crea il presepe vivente. E’ bello tutto ciò. Ma non potevo immaginare che in quella mangiatoia ricostruita in quella chiesa, mentre fuori incominciavano a cadere fiocchi di neve, il bambinello posto a rappresentare Gesù Bambino avesse bisogno, come coreografia, di una sciarpa color arcobaleno,con impressa la parola pace. Non so se quella sciarpa era nuova o era reduce da una delle tante manifestazioni per la pace fatte nelle varie piazze d’Italia. Quest’anno sarò di nuovo in quel paese perchè trascorrerò il mio primo Natale da nonno. Mia figlia ha dato alla luce,pochi giorni or sono, una bambina di nome Anastasia. Mi avrebbe fatto piacere vedere la mia nipotina partecipare nelle vesti del bambinello alla rappresentazione della natività. Ma questo recondito pensiero è rimasto tale per paura di vedere una innocente creatura bardata non con il simbolo della pace cristiana ed universale ma con quello della pace piazzaiola. Papa Benedetto XVI ha invitato i fedeli a riscoprire il vero significato del Natale che non può essere rappresentato da bandiere più o meno variopinte o nudi più o meno artistici da esporre. Gesù Bambino non ha bisogno di sciarpe più o meno colorate per riscaldarsi, anzi è la Sua nudità che riscalda i nostri cuori. Buon Natale e Felice Anno 2006 a tutti. |
|
TESTIMONIANZE DELLA ROMANA VOLCEI NEL “CHIOSTRO DEI
SAPORI” Un’iscrizione inedita con due nomi nuovi di Giuseppe Arduino Nel suggestivo cortile del ristorante il “Chiostro dei sapori” mi è capitato di leggere, su una piccola vasca di pietra, utilizzata in passato come lavatoio, un’iscrizione inedita. L’ambiente, dove si trova collocata, radente la Salita di Sant’Antonio, faceva parte della fabbrica dell’ex monastero agostiniano di Sant’Antonio Abate, caratterizzato qui da una spettacolare volta a gavetta, -ov’è la sala del ristorante- con accoltellato di mattoni, realizzata nel XVIII secolo. Poco più sopra, murato nello spigolo dell’abitazione Bastardo, è il cippo tufàceo che Marziale e Restituta posero in memoria del loro figlio, Marziale, spentosi a soli ventotto anni. Nel marzo 1880, spianandosi l’area antistante il municipio, detta “Tempone”, vennero alla luce tombe di epoca ellenistica e diverse iscrizioni funerarie. Lo stesso convento di Sant’Antonio, oggi sede municipale, insiste su una vasta necropoli, le cui testimonianze risalirebbero almeno al V secolo a. C., come documentano alcuni reperti, rinvenuti occasionalmente negli orti a ridosso del complesso claustrale, durante i lavori di consolidamento del 1980. Il Canale Parola, appassionato cultore di antichità, nelle sue Peregrinazioni storiche nel territorio dei Lucani (Salerno 1888, p. 31) annota: “Nelle tombe scoperte al Tempone si rinvennero vasi lacrimali, pàtere, lucerne ed altri oggetti di terracotta e di vetro, tutti di belle forme e di fino lavoro. Vi si trovarono anche molte monete dell’epoca dell’impero romano ed una appartenente ad Eraclea o a Taranto, non essendosi potuto determinare per mancanza della leggenda. Facendosi gli scavi con diligenza si potrà raccogliere e conservare un tesoro di nuove notizie per la storia di Buccino. Tutto ciò che si rinvenne nello scavo del 1880, eccetto le lapidi, andò perduto e disperso”. A Volcei, il Tempone (accrescitivo di tempa, temba, = poggio, collinetta, terreno scosceso) era il luogo riservato alla sepoltura dei membri del Collegio dei Dendròfori e dei sodales Geniales, quest’ultimi, impetranti la protezione del Genio, ossia lo spirito benefico sia alla natura che all’uomo, nonché intermediario fra le divinità e i loro fedeli. Fu Theodor Mommsen, seguito dal Waltzing, a formulare l’ipotesi (C. I. L., X, 8107) che il Tempone “...locum fuisse a collegio dendrophororum sodalibus humandis destinatum”. Le lapidi, rinvenute nel 1880, dapprima custodite nel chiostro, ora nel provvisorio Antiquarium di Volcei, recano i loro nomi: Lucio Bruzio Irpiniano, Marco Casinio Firmo, Andria Aucta (oppure Andrias servo di Aucta?), Herennia Syntaxis, Herennia Successa, Curtia Myrine, Marco Insteio Dorìforo, Tattia Gioconda, Giulia Felìcola, cognome, quest’ultimo, che noi tradurremmo Felicella, così come si denominava una delle ragazze del grande lupanare di Pompei. Orbene, la nostra iscrizione (0,25 x 0,79 x 0,41) è in sostanza il blocco residuo di un monumento funerario e lo scalpellino, che, qualche secolo addietro, ne modellò il taglio a guisa di vasca, mutilando la lapide, dovette reperirlo proprio in quest’area. Il testo dell’epigrafe, per i punti di interpunzione apposti alle ultime lettere, pare continuasse sul blocco mancante, di destra, non certamente in basso, dato l’ampio spazio lasciato dall’antico lapicida. Con lieve supplemento leggiamo: [M] ANINIVS M(arci) F(ilius) BASSVS/ [M(arcus) ANIN]IVS M(arci) L(ibertus) ANTIOC<H>VS, cioè Marco Aninio Basso, figlio di Marco, (e) Marco Aninio Antioco, liberto di Marco. Il liberto era lo schiavo messo in libertà, il quale portava il prenome e il nome del patrono, assumendo, come cognome, il suo nome di schiavo. Nel nostro caso, dunque, lo schiavo è un Antiochus, di provenienza orientale, originariamente al servizio di un Aninius, nome, quest’ultimo, che il dotto filologo tedesco Wilhelm Schulze (Zur Geschichte lateinischer Eigennamen, Gottingen, rist. 1964-1966, p. 144) deriverebbe dal personale etrusco Anina-nal. A Pompei, un Aninius pare sia stato il proprietario della famosa “Casa del Poeta Tragico” o di “Glauco”, caratterizzata dal mosaico del vestibolo, con la figura del cane a guardia dell’atrio, e il celebre motto: cave canem. Sempre a Pompei, il facoltoso Publius Aninius, intorno all’anno 80 a.C. provvide, con il collega Caius Uulius, a finanziare la costruzione del laconicum (sudatorio), nonché un radicale ripristino a vantaggio delle Terme Stabiane. Un oscuro Aninio Men[...] esercitava probabilmente il mestiere di figulus pompeianus, cioè di vasaio; diversamente, il noto Gneo Aninio Fortunato, su concessione degli Edili, teneva il suo posto di ristoro nell’anfiteatro pompeiano. Il gentilizio Aninius e il cognome Bassus sono nuovi nella Volcei urbana. Conosciamo soltanto una Aemila Bassa, ricordata nell’epigrafe di un monumento funerario, di epoca augustea, in contrada Petrosa di Caggiano (ager Volceianus), e un Marcus Paccius Bassus, che, ai tempi di Marco Aurelio, ricoprì le cariche di: àugure, edile e duòviro a Volcei, in un’iscrizione letta a Napoli nella seconda metà del Cinquecento. Forse trattavasi, in base all’annotazione del Mommsen ( C. I. L., X, 1809), di un’edicola marmorea con i volti scolpiti di questo magistrato e della sua famiglia: moglie, figlia, nipote e liberta. Il cognome Antiochus è documentato, invece, da un’epigrafe ebolitana commemorante appunto un Marco Marcio Antioco. I caratteri epigrafici inquadrano la nostra iscrizione tra la fine del I e l’inizio del II secolo d. C., la quale, pur nella brevità delle righe, residue, ci ha tramandato due nomi nuovi, da aggiungere alla consueta e ben nota onomastica delle famiglie che popolarono la romana Volcei. A proposito di epigrafi, desidero esprimere, qui, i miei più vivi rallegramenti alla neo dottoressa Romina Lenzi, -cui fornii telefonicamente alcune indicazioni bibliografiche-, per la sua dotta tesi su “Le iscrizioni latine di Volcei”, la cui ricognizione fu già intrapresa, da me, circa un trentennio fa. Per quanto concerne lo studio dell’epigrafia (volceiana e regionale), va soprattutto sottolineato l’impegno tenace e appassionato di Vittorio Bracco, il quale, in oltre mezzo secolo di instancabile attività, sulla falsariga del grande Theodor Mommsen, ha letto centinaia e centinaia di iscrizioni in tutto il territorio campano-lucano, pubblicandole con il commento in lingua latina in due magistrali lavori: Civitates vallium Silari et Tanagri (1974) e Salernum (1981), inseriti nella prestigiosa Collana delle “Inscriptiones Italiae” dell’Unione Accademica Nazionale. Nei “Supplementa Italica” (1987), poi, il prelodato accademico, aggiornando il Corpus epigrafico, ridiscute le osservazioni e i suggerimenti, talvolta condivisi, tal’altra inaccettabili, che gli vengono fatti da studiosi della materia, principalmente dal competentissimo Heikki Solin, circa la rilettura di alcuni testi epigrafici, editi nei citati volumi. Al momento, l’ultimo lavoro epigrafico dell’insigne professore Bracco, con il quale ebbi l’onore di collaborare alla ricerca e investigazione topografica di Volcei e del suo territorio, reca il titolo: Nuove epigrafi dalla Lucania, nella rivista “Epigraphica”, LVII, 1995, pp. 199-205. |
|
Conclusa
il 4 dicembre al Teatro San Luca di Roma |
|
|