Benvenuto, oggi è domenica 20 luglio 2008 ore 6.46.13 - Oggi si celebra S. Aurelio vescovo

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La voce di Buccino
Periodico di Cultura, Tradizioni ed Informazione
Direttore Angelo Imbrenda

Editoriale
Buccino, Italia , Mondo.                                                                                    

Buccino
Sono passati 24 anni dal terremoto del 23 novembre ’80. Molti lettori che hanno vissuto lontano e tornano di tanto in tanto, hanno notato un radicale cambiamento. La vecchia Buccino ha fatto un vero e proprio lifting, eliminando le vecchie rughe che segnavano il suo volto. Poche sono le ferite ancora da rimarginare. Bisogna dare atto all’attuale Amministrazione e al suo sindaco Nicola Parisi di aver cambiato il volto al nostro paese e reso più presentabile. Innanzitutto la sistemazione dell’area perimetrale del cimitero e la costruzione di una camera mortuaria degna di una comunità civile. La considerazione dei vivi passa sempre attraverso il rispetto dei morti. 
Il rifacimento del vecchio campo di calcio di largo Pescara è un altro segnale positivo. La riutilizzazione di quel glorioso terreno porterà la gioventù buccinese a rinverdire le gesta dei tanti che non sono più giovani o che non ci sono più ma che restano sempre nel nostro ricordo.
Le vie e le piazze ricostruite, la casa comunale rifatta e restituita al suo ruolo, l’area archeologica quasi del tutto messa in mostra con la conseguente inaugurazione del parco archeologico. Possiamo dire che Buccino è stata rifatta, adesso bisogna rifare i buccinesi. Un’impresa più che difficile, impossibile.
 
Italia

Il 2004 si presenta ancora con grosse nubi, ma con qualche squarcio di sereno all’orizzonte. Non parlo di condizioni metereologiche ma di condizioni economiche. La speculazione fatta nel cambio lira-euro ha creato grossi problemi agli italiani. Come sempre il popolo dei furbi ha sfruttato l’occasione per ingrassare sulle spalle di coloro i quali hanno il solo torto di dover acquistare. Ma la reazione dei consumatori con l’amplificata voce mass-mediatica sta portando i primi a rivedere il loro comportamento truffaldino. La capacità di rilancio dell’economia nazionale, grazie anche al sempre vitale made in Italy, può rilanciare la nostra economia, di pari passo con quell a dell’Europa Unita, dietro la locomotiva americana. Importante è il contributo che il Governo italiano sta dando nel difendere e sponsorizzare il prodotto italiano nel mondo, tramite l’ICE e il Ministero al Commercio Estero. Molto dipenderà dalla fermezza con cui i nostri governanti sapranno difendere i marchi d’origine italiani che purtroppo sono, spesso e volentieri, copiati dai paesi emergenti. Senza dimenticare che il genio italiano ha creato nella sua lunga storia un patrimonio artistico e culturale che nessuno potrà clonare. Toccherà a noi saperlo conservare e valorizzare.
 
Mondo

L’Europa economica procede con qualche affanno alla sua crescita politica. Troppi sono gli interessi nazionali che ancora fanno da freno alla sua definitiva consacrazione unitaria. Il cammino è ancora lungo ma la strada intrapresa è quella giusta. Sono tanti i paesi che cercano di salire a bordo per utilizzare i vantaggi ma difendersi anche dalle insidie della globalizzazione. La Cina si apre sempre di più al mercato mondiale e il ripristino della proprietà privata in un paese fino a qualche anno fa chiuso nel suo monolitismo politico, apre uno scenario dalle prospettive economiche impressionante. L’Asia tutta è un continente in dinamica evoluzione dal punto di vista economico. Solo l’Africa non riesce a mettere in cammino il sia pur ridotto potenziale economico per risolvere il suo endemico stato. Tocca ai paesi ricchi utilizzare tutte le forme e le risorse per soccorrere questo malato cronico. Mentre gli USA e il Canada continuano a fasi alterne a trainare l’economia dell’america del nord, il sud del continente americano continua nel suo altalenante cammino. Il Brasile sembra avviato in un sia pur lento progresso, mentre l’Argentina inizia ad uscire piano piano dal tunnel in cui si era cacciata. Ci auguriamo che ciò possa avvenire entro l’anno. Il 2004 sarà come molti auspicano un anno di lenta ma sicura ripresa.
 

L’abito bordeaux col fiocco. Un abito, una storia, poche notizie, tanta fantasia
di Maria Rosaria Pagnani

Carmela F. ha ventuno anni e fra qualche mese sposerà Francesco I. Non è un matrimonio voluto soltanto dalle famiglie, ma una scelta d’amore. Conosce il suo uomo da sempre, perché abitano l’uno accanto all’altra in Via Pescara, dove lo sguardo spazia giù a valle e si perde fra i tanti campi coltivati. Ogni fondo ha una sua forma geometrica, un suo colore, un suo confine come le tessere di un immenso mosaico, disegnate e ridisegnate dal solco dell’aratro guidato dalla fatica.
Filomena, la madre di Carmela ha affidato alla figlia, che conosce come saggia e accorta, i preparativi per gli sponsali, perché lei deve ultimare i lavori in campagna. E’ il periodo della raccolta delle olive e deve andare a giornata, ma prima deve rattoppare dei vecchi sacchi in cui riporre le olive, prendere accordi a lu trappit. E poi  p’ i pann è meglio che se la veda la guagnarda. Carmela deve recarsi da sola dalla commara Giovannina per la scelta del vestito delle visite. L’abito da sposa glielo regalerà la suocera, ma per l’abito della festa in casa deve fare tutto lei.
Da un venditore ambulante, che viene da Cava e gira per le case con i suoi rotoli di stoffa, compera due tagli in seta. Non c’è l’imbarazzo della scelta, perché la gamma dei colori è limitata, quindi preferisce il bordeaux che ben si addice al suo incarnato chiaro e ai capelli castani, e il nero che va sempre.
Il modello che la commara le propone è semplice, senza pretese e poi l’ha già confezionato per una ragazza della Pera: A Carmela piace, ma vuole aggiungere qualche tocco personale. Il corpetto è solcato da due tagli che scendono sino all’orlo della gonna appena svasata e riempiono la sua figura esile. La vita è scivolata e Carmela aggiunge una cintura, che può legare con un bel fiocco su un fianco.
La commara Giovannina che fa la sarta, qualche lavoretto in campagna e prepara i taralli bolliti e poi infornati per una giovane signora che è arrivata sposa a Buccino da Napoli, chiede il suo aiuto per i soprammano. Così al cotone bianco della sarta si aggiunge quello azzurro, benaugurale, e il colore rivela una mano incerta e improvvisata. Ma non è un problema, tanto non si vede!
Dopo la prima misura, decide che lo stesso modello va bene anche per l’abito nero, su questo potrà indossare uno scialle di seta che le ha mandato il padre durante una sua permanenza  a l’America.
L’arrivo del pacco è sempre una grande festa che tutta la famiglia condivide con Emilio il postiere che conosce vita e miracoli di tutto il paese. Emilio consegna belle e brutte notizie con discrezione, entra, si siede, fa due chiacchiere e poi riprende il suo giro,  salendo e scendendo i tanti gradini in pietra levigati dalle scarpe chiodate di uomini e asini.
Gli inviti per il matrimonio Carmela non può farli da sola, perché non sarebbe conveniente, e di sera i genitori Filomena e Francesco ritornando dalla Braida, passano per la Porticella, per Sant’Elia, scendono per la Piazzetta e si fermano da parenti e amici invitandoli per la festa in chiesa e il pranzo nuziale.
Intanto alla lista degli invitati si aggiunge la lista delle pietanze.
La chiesa di Santa Croce è stata appuntata, don Luigi Magaldi celebrerà la messa e ha promesso a Carmela che è figlia di Maria una funzione speciale. Carmela  ne è sicura, perché don Luigi, dal sorriso dolce, le dà sicurezza, ma soprattutto non le darà soggezione quando lei, che non sa né leggere né scrivere, firmerà col segno di croce.
Carmela e Francesco non si possono incontrare i giorni precedenti il matrimonio, perché così si usa a Buccino, eppure avrebbero tante cose da dirsi. Carmela non vuole contraddire i genitori che ci tengono a che  nessuno possa criticare la giovane e così rinuncia a parlare con il suo promesso sposo. La cosa, poi, non l’affligge molto, avrà tutta la vita per dedicarsi a lui e ai figli che verranno.
Intanto è arrivato il giorno delle nozze, il 17 dicembre 1933. Carmela ha acconciato i capelli in una bella treccia annodata intorno al capo, anche se le mani le tremano e una ciocca ribelle la costringe ad usare qualche forcina in più del necessario. Le sono vicine le ragazze del vicinato che un po’ l’invidiano. Sono le stesse che le hanno fatto il trasporto dei panni e con le quali va a fare il mese di maggio a Santa Maria. 
Con l’abito della suocera Carmela non si sente a suo agio, ma non dice niente a nessuno, non vuole rovinare la festa. Si guarda allo specchio del comò della stanza da letto dei genitori, ma per specchiarsi dalla testa ai piedi deve salire su una sedia, perché lo specchio è piccolo, tanto piccolo che l’intera figura non c’entra.
L’abito non conta, lei è bella ugualmente illuminata dalla felicità. Questa è la cosa più importante. Formato il corteo nuziale con le due famiglie e gli amici, Carmela va incontro a Francesco che l’aspetta davanti la chiesa.
E’ festa grande per tutti, che insieme passano dalla festa sacra a quella profana; per molti la più importante.
Si mangia, si beve, si parla e, quando il vino fa sentire il suo effetto liberatorio, ci si motteggia con battute e canti che rallegrano l’intera compagnia. Il compare ha portato l’organetto e comincia a suonare tarantelle e mazurche. Allora molti giovani si alzano dal lungo tavolo improvvisato con tavolacci, trovati in cantina, e a cerchio ballano e cantano e intanto nascono nuovi amori.
Stanchi a fine serata, ma soprattutto a pancia piena di fusilli e chiapparelle cu lu puddastr, minestra e tarallucci, ogni invitato torna a casa col suo cartoccio di avanzi. E la mappatella che rallegrava il dopo-cena di Catullo continua a dispensare qualche sorriso.
Intanto inizia la settimana della zita, Carmela e Francesco, dopo le nozze, ricevono per un’intera settimana nella loro casa parenti e amici.
Di nuovo momenti conviviali alimentati da ogni ben di Dio che i genitori degli sposi e gli amici stessi portano in dono.
Adesso è la sposa che fa gli onori di casa, con la grande guantiera, regalo di nozze della cugina, offre ai suoi invitati, maschi da un lato e femmine dell’altro, pane e salsiccia, caciocavallo e provolone, freselline e muscuott. Francesco, poi, passa col fiasco di vino e l’allegria si rinnova. Tra i due sono sguardi d’intesa, di complicità, rossori sulle guance di Carmela attizzati dal pudore e anche dalle fiamme del camino. Il tutto non sfugge agli invitati e, specie ai due testimoni Nicola L. e Giuseppe V. già un po’ brilli, che incitano a gran voce i due a brindare e a scambiarsi un bacio, e Carmela fa cadere una goccia di vino sul vestito bordeaux col fiocco, quasi a timbrare una data, un avvenimento. Ma il vino versato è allegria e la macchia resterà per sempre sul tessuto.
La zita per tutta la settimana indosserà il suo abito bordeaux col fiocco che sarà il muto testimone della sua felicità.
Quell’abito Carmela l’ha custodito gelosamente; il tempo, ma non l’uso, ha sgranato qualche trama, perché dopo la sua settimana, bene riposto in un telo di cotone, ha conosciuto solo il chiuso della sua cascia alla salernitana.
Quell’abito bordeaux col fiocco, provato e riprovato dalla commara Giovannina è un testimone molto prezioso perché ha conosciuto l’allegria, la spensieratezza, le speranze, i progetti di Carmela e Francesco. Speranze e progetti che non si sono mai avverati perché Francesco dopo soltanto un anno e mezzo di matrimonio ha lasciato per sempre la sua sposa dall’abito bordeaux col fiocco.P.S. l’abito bordeaux, donato da Giuseppe, figlio di Carmela e Francesco, entra con la sua storia d’amore nella collezione de “Il Museo delle Donne”.  

Novecento Volceiano
Buccino r’ na vota

Questo articolo doveva ricordare i tanti artigiani che nel secolo scorso hanno svolto la loro attività nel Corso Garibaldi e Vittorio Emanuele al Borgo. La notizia della prematura scomparsa del sarto Arcangelo Coppola,del calzolaio Antonio Zinno, del calderaio Agostino Del Monte ci invita a dedicare proprio a costoro questo scritto. Arcangelo Coppola è stato l’ultimo eroe di un esercito di artigiani che trincerati nelle botteghe e nei sottani scrivevano gli ultimi capitoli della storia dell’artigianato volceiano. Arcangelo ha mantenuto da solo in alto il vessillo, fin dentro il nuovo secolo. Proveniva dalla vicina San Gregorio Magno ove, ancora giovane, aveva fatto parte della banda musicale e della squadra di calcio locale prima di dedicarsi completamente al mestiere di sarto.Era arrivato a Buccino proprio per perfezionare la sua formazione di sarto Sposatosi nel nostro paese aveva messo su casa e bottega proprio al corso V.E. Con la sua scomparsa cala definitivamente il sipario sull’epopea artigianale del novecento volceiano. 

Il Corso Garibaldi ( lato sinistro )
Percorriamo in una sera d’estate il corso Garibaldi e vediamo come si è trasformato in mezzo secolo questa via. Oggi ci sono tanti negozi commerciali , dalla boutique dei fiori al negozio di telefonini, dai profumi ai merletti, dall’oreficeria al negozio di scarpe, dai giocattoli alle foto, dalla pescheria all’abbigliamento , e per finire una piccola galleria d’arte. In questa strada, con questi negozi con insegne varie, c’erano una volta non solo negozi commerciali ma una serie innumerevole di piccole e medie botteghe artigiane. Perchè la Buccino del secolo scorso era un paese che produceva ed “esportava”. Oggi è un paese che riesce solo a commercializzare prodotti importati. Torniamo indietro di 50/60 anni e immaginiamo di percorrere questa via, partendo dalla Piazza Annunziata ovvero dalla croce del ponte come si soleva chiamare in passato la croce dell’attuale piazza Corinto. In questa piazza c’erano due grandi botteghe di calderai (ramai). Erano decine i maestri ramai che sfornavano caldaie ed utensili vari, per la casa e l’agricoltura, lavorando e forgiando il ferro e il rame ( ramarossa). Al tic della bottega Volpe rispondeva il toc della bottega Via e compagni. Mentre lasciamo la piazza ci segue l’inconfondibile suono dei martelli in legno che si stampano sulle caldaie. All’incrocio c’è il salone da barbiere chiuso di Vito Salimbene partito per la guerra senza far più ritorno. Subito appresso c’era Umberto Mazzillo con il bancariello di calzolaio. Il negozio di tessuti di Angela Gigante( N’giulina la gia’hanta). Seguiva la bottega di falegname di R’minicucce r’ bic bac prima e successivamente trasformata in bottega di calzolaio con l’inserimento di Maresciallicchio ( Cariello) e figli. In questa bottega si poteva giocare anche al gioco del Lotto. Successivamente fu aperto un negozio di generi alimentari di Maria Laudano. 
Il negozio di tessuti di Paolo Picciotti, successivamente gestito da Vito e Gherina Picciotti, in seguito integrato ed ampliato in maglieria e vendita di bombole gpl e piccoli elettrodomestici. A fianco la bottega di calzolaio di Nicola Nigro ( r cuzzette). Dopo la III traversa troviamo la cantina di Clementina r’ cicione, doppio ritrovo di amanti del vino e cultori della musica classica, a fianco la bottega di fabbro di Nicola Landolfi, e dopo la sua morte, trasformata in salumeria condotta dalla moglie Peppinella Fernicola. Siamo giunti così al largo con l’albero di acacia e alla sua base una pubblica fontana. Quì troviamo l’ingresso di servizio della locanda di Nenna e di fronte salendo una scala in pietra l’agenzia di viaggi di Graziantonio Menza. Non era sorta per procurare biglietti di viaggio per facoltosi turisti locali ma come punto di raccolta per espatriare. Centinaia di buccinesi si sono serviti di questo agente di viaggi per imbarcarsi per le americhe in cerca di lavoro. Al centro la barberia di Nichino, a contatto con ‘emporio di Luigina Sacco (la sargente), dove si trovava di tutto, dalle gazzose alla muniglia. 
Riprendiamo a camminare e incontriamo la merceria - orologeria Carbone ( Vicienz l’orefice). Superato l’orto Freda e il relativo portone d’ingresso troviamo, per un breve periodo una gelateria di Vito Picciotti, il negozio di tessuti di Giuseppe La Petina e figli. Superata la IV trasonna troviamo il negozio di suole e accessori per cavalli e asini di Peppantonio D’Acunto e Gerardo Imbrenda (r’ p’rrotta). La Chianca di Nicola Murano (r’furese) successivamente sostituita da bottega di generi alimentari di Rosina r’ paparacchio e la chianca r’pigne nivre il padre di Gerardina r’ m’nescia. Dopo lu spuort’ ( angusta e stretta trasonna) c’è il negozio di alimentari e diversi di Faiuccio D’Acunto ( lu socialist). Segue Annibale Salimbene con il negozio di merceria e drogheria con i suoi sciu sciù. Nnanz i sant’ a fianco dell’abitazione r la campagnese c’era la piccola bottega di calzolaio di Gerardo r’ iaione.

Lato destro di corso Garibaldi                                                                  
Incontriamo l’emporio di Francesco (Ciccilluzzo) Forlenza, a seguire il tabacchino di Raffaele ( Faiuccio) D’Acunto, in seguito si trasferiranno entrambi nella commerciale piazza Mercato negli anni 50. A seguire c’era la sala biliardo di Giacomino Grieco con il figlio Pasquale. Subito dopo il negozio di tessuti di Francesco (Cilluzzo) Gigante. Presso l’attuale circolo dei cacciatori ci fu negli anni 50 la bottega di fabbro ferraio di Raffaele Landolfi (r’ cicione). Successivamente, per un breve periodo, fu aperta una sezione del M.S.I. nella metà anni 50. Ritornò ad essere poi una bottega di fabbro ferraio con Lilino Nigro( la crapara). A seguire troviamo la drogheria di Gismondo Freda. Nella porta accanto c’era la bottega di ramaio, successivamente trasformata in bar, con la sala da biliardo a lato. Nel retrostante orto, in estate si giocava a carte, con la gestione di Vincenzo Solitro negli anni 60. 
Subito dopo, al primo piano, ricordiamo la sartoria del maestro Nicola Fumo, condotta dagli anni 60 in poi dai nipoti Antonio e Chechele Freda 
Al piano terranno trovioamo la bottega di calzolaio di Arturo Salimene e Donato Sacco con vari aiutanti. Seguiva la cantina di Nicola Maria Manzo ( manz’tiedd’), a seguire il calzolaio Carlerico Speranza.
Dopo l’abitazione e studio del notaio Pasquale Caprio, nel sottostante vano a livello stradale Augusto Caprio aprì una rivendita di giornali per un breve periodo. Seguivano degli orti e abitazioni. Poi incontriamo l’abitazione di De Maria e l’abitazione di Pietro Lordi con il locale sottano adibito a salone di barbiere gestito da Peppinuccio (Giuseppe Fernicola). Subito dopo il vicolo del casalino c’era il forno r’ N’dunetta ( Antonietta Del Monte) , madre di Carmela e Ventura Cintola.
A questo punto facciamo una breve sosta nn’anz i sant e poi riprenderemo la passeggiata lungo il corso Vittorio Emanuele.
Corso Vittorio Emanuele (lato destro)
Svoltato l’angolo r nnanz i sant’ inizia Corso V.E. e troviamo la beccheria di Vito Murano (Marrano), successivamente gestita dal figlio Mimì e oggi, dopo la ricostruzione, c’è una nuova macelleria condotta dal nipote Vito. Seguiva il negozio di scarpe con il retrobottega adibito a calzoleria di Giuseppe Verderese (Peppinuccio lu munachiedd’ ). Il salone di barbiere di Giuseppe Salimbene (r’ Ferdinand’) seguiva un altro calzolaio: Emilio Luordo (M’liuccio r’ scuzz’ttella). Saverio Napolitano con il negozio di tessuti. Seguiva il negozio della papessa con i suoi famosi ceci abbrustoliti, lupini, ecc, successivamente trasformata in sartoria dal figlio Peppiniello Pucciariello ( lu’ mocc’e) La bottega di alimentari e diversi di Paparacchio, mentre nel casalino , nell’attuale forno c’era la bottega di calderaio di Nicola D’Acunto, padre di Faiuccio e nonno di Peppino. 
Siamo giunti davanti al largo della fontana che si affaccia sulla via provinciale. Risaliamo il corso V.Emanuele
Corso V.E. (lato sinistro)
All’angolo via provinciale, corso V.E. troviamo la cantina di Remolino. Segue l’orto di Raffaele D’Acunto. Su quel terreno nel 1953 si costruisce il Cinema K2. Con l’avvento della televisione e la conseguente crisi del cinema negli anni ’70 al posto del locale cinema K2 si costruiscono case e negozi. La sala d’ingresso al cinema si trasforma in sartoria e lavanderia condotta da Arcangelo Coppola. Segue il negozio di Domenico Monaco ( lu nivre) . Subito dopo troviamo la bottega di calzolaio di Pepeppe Landolfi, che immette nella traversa sotto s. Giovanni. All’angolo del vicolo troviamo la falegnameria di Laudano, a fianco c’era la barberia di Giuseppe Cariello ( lu mandare) e dopo trasformata in bottega di calderaio di Giuseppe Gerbasio ( Peppe la pesta), padre di Fausta e della indimenticata Filomena. Subito dopo c’era la bottega di calderaio di Pasquale Volpe ( ra’volia). Superata la seconda traversa troviamo il negozio di generi alimentari r meniello. In seguito il negozio di calzolaio di Peppinuccio Chiariello e nell’attuale negozio di scarpe Ianniello c’era il negozio di Carlo Annunziata ( orologi, piccoli elettrodomestici , gpl e maglieria). 
Finisce così la nostra passeggiata a ritroso nel tempo al corso Garibaldi e Vittorio Emanuele. Sullo schermo del cinema K2 appare così la parola FINE sulla proiezione in chiave amarcord dell’artigianato buccinese. 
Ad Arcangelo Coppola
di Mario Chiariello

Mi succede davvero raramente di non poter accompagnare quello che scrivo con un’adeguata immagine fotografica. Mi sta capitando ora, nel riferire della recente scomparsa di Arcangelo Coppola. Avrei gradito in testa all’articolo la sua immagine alle prese con i ferri del mestiere. 
Nella sua lavanderia-laboratorio ci sono entrato diverse volte per uno scambio amichevole di cortesi conversazioni. Ci sono stato anche oggi, a un mese dal triste evento. La lavanderia di Via Piano accusa il vuoto dell’assenza e io mi sento colpevole di aver sottovalutato l’opportunità di immortalarlo meritevolmente, con una bella foto, come ho fatto in passato per tanti altri artigiani.
Con irrecuperabile ritardo i miei occhi si posano sull’instancabile ferro da stiro, sulle grosse forbici, sulle due usurate macchine SINGER. Il personaggio, autentico quale era, poteva facilmente dare vita a una foto degna da aggiungere al mio archivio. La stessa foto poteva essere oggi una gigantografia parlante attaccata sulla parete dell’esercizio per comunicare ai familiari, agli amici, ai clienti “ Sono sempre qui, al mio posto, per continuare a servirvi”.
Invece questo non è successo e posso solo immaginare dietro quel banco il grande sarto, l’ uomo buono, il lavoratore ineguagliabile. 
Rientra nelle mie abitudini arrivare a piedi la sera, a ora quasi tarda, fino a Piazza San Vito. Di ritorno da questa benefica passeggiata la mia attenzione cadeva puntualmente su quella vetrina illuminata. Il mio sguardo si posava su Arcangelo che, a capo chino, continuava il suo lavoro. Mi fermavo, restavo in attesa di un attimo della sua distrazione per regalargli un cenno di saluto, che sapesse di amicizia e di solidarietà; ma lui continuava a restare così preso da farmi avvertire la soggezione di disturbarlo. E lo lasciavo al suo intento lavoro, riprendendo i miei cadenzati passi. Sì, non un adulto, sembrava un bambino alle prese con il suo giocattolo, dal quale non era capace di distogliere lo sguardo nemmeno per un istante.

Il lavoro, è risaputo, se svolto con continuità, stanca, affatica, stressa.
Ma non era così per lui. Sul volto mai i segni della stanchezza, della noia, della voglia di mandare tutto all’aria. Sempre e solo sorriso per tutti. Bastava guardarlo per capire quanto fosse innamorato del suo lavoro. Chiudeva in pace le lunghe giornate, pronto a ricominciare quella del giorno successivo, sempre con lo stesso entusiasmo. Spesso abbiamo elogiato i nostri contadini per aver lavorato duro dall’alba al tramonto; egli di sicuro ha abbondantemente superato questo standard. 
Sempre incollato alla sua sedia, schivo anche di allungare lo sguardo oltre la vetrina. Spesso mi sono scoperto curioso di sapere cosa pensasse di quel mondo di fuori, che scorreva sotto i suoi occhi. Incapace di sentenziare o giudicare, ma di sicuro interiorizzava…
E’ fuori discussione che la sua vita fosse estremamente semplice e di poche pretese. Con la serenità nel cuore chiuse bottega l’ultima sera. La mattina dell’ 8 Gennaio, con la chiave in mano, si apprestò a scendere la scalinata di casa per recarsi nel suo unico solito paradiso. Non ebbe il tempo di avvedersi che con quella chiave, quella mattina, stava per aprire la porta di un PARADISO ben più grande.
La sera continuo con le mie uscite e mi fermo al solito posto a contemplare la saracinesca chiusa. Mi manca quell’uomo buono onesto amato da tutti, quel lavoratore instancabile. E penso: abbiamo perso un altro eroe del silenzio.
 
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