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Osannata
da scrittori e poeti, riprodotta
innumerevoli volte in dipinti, Positano resta per lo più
sconosciuta nelle fasi di vita più antiche. Le grotte
preistoriche, il culto delle Sirene, le ville romane, gli elementi
architettonici reimpiegati qua
e là, le facciate settecentesche alternate alle bianche
cupole mediterranee, le ceramiche incastonate lungo le
scalinatelle sono tasselli di un racconto ancora in buona parte da
scrivere. |
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LE
GROTTE PREISTORICHE
Nell’ottobre
del 1955 furono eseguite numerose esplorazioni per l’individuazione di
stazioni preistoriche, sia in superficie che in alcune grotte. Antonio M.
Radmilli (Università di Pisa) con il suo staff avrebbe condotto poi gli
scavi nelle grotte che risultarono fortemente indiziate: la grotta La
Porta nel 1956-57, la grotta del Mezzogiorno nel 1967-68, la grotta Erica
nel 1968-69, presentano forti analogie: gli scavi hanno restituito un gran
numero di molluschi terrestri e marini e il resto della fauna è
rappresentato da resti di mammiferi, uccelli anfibi e pesci. Le genti che
frequentavano le grotte avevano un’economia basata prevalentemente sulla
raccolta di molluschi, mentre la caccia è piuttosto marginale. I
molluschi marini prevalgono rispetto ai terrestri negli strati più
recenti perché, evidentemente, il livello del mare dovette innalzarsi e
le grotte si vennero a trovare in prossimità del mare, favorendo la
raccolta di quelli marini. |

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Il prevalere fra questi dei molluschi da
spiaggia e da laguna su quelli da scogliera fa pensare a coste basse e
lagunari, prima dei successivi assestamenti geologici. Il periodo del
Mesolitico porta un cambiamento climatico ed ambientale e, di conseguenza,
ad un diverso sistema di vita di queste popolazioni costiere. Gli
strumenti in pietra che i frequentatori di queste grotte usavano nel
quotidiano, la cosiddetta industria litica conservata presso il Museo L.
Pigorini a Roma, illustra bene il cambiamento delle abitudini alimentari:
l’economia basata sulla caccia vede uomini allontanarsi dalla grotta e
dunque una tendenza al nomadismo.
La
Grotta detta La Porta, all’ingresso di Positano venendo da Amalfi, in
corrispondenza della piccola insenatura marina detta appunto “La
Porta”, fu segnalata al Radmilli dall’allora sindaco di Postano Paolo
Sersale e il suo scavo rappresentò l’inizio della conoscenza del
Mesolitico in Italia. A 120 m. sul mare e a 10 m. sulla strada statale,
era un tempo una caverna molto ampia di cui restava la parte terminale e
due nicchie.Al tempo dello scavo era visibile l’estensione
dell’originaria grotta con l’ampio deposito preistorico sulla parete
destra e, sulla sinistra, un notevole accumulo di materiali detritici a
forma di cono. |
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Il livello più antico appartiene alla fine del Paleolitico
Superiore, alla cosiddetta facies romanelliana, e in quest’ambito si
inserisce un ciottolo con testa di animale incisa (cavallo?). L’animale
era quello che si voleva cacciare e la pietra sulla quale veniva
rappresentato era probabilmente utilizzata, secondo la Livide, in riti di
propiziazione prima della battuta di caccia. Situazioni economiche
pressoché uguali presentavano le altre due grotte di postano. Nella
Grotta del mezzogiorno o delle Soppressate, dopo lo scoglio del Germano, a
80 m. sul livello del mare, presso la parete si ritrovarono anche pochi
resti di scheletri umani, purtroppo in pessimo stato di conservazione. |
La
Grotta Erica in località Colli San Pietro, vicino villa Rocca Fiorita a
10 m. sul livello del mare, è una stretta cavità dove del riempimento
originario è restato solo un lembo che rivela una successione di livelli
a molluschi. La Stalagmite sospesa a circa un metro dall’attuale
superficie trova confronto in quella che chiudeva il deposito della Grotta
La Porta e nell’altra che conglobava la ceramica nella Grotta delle
Soppressate; ulteriore elemento che accomuna le tre grotte. |
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LI
GALLI E IL MITO DELLE
SIRENE
Il
culto delle Sirene è chiaro sintomo di grecità, la testimonianza più
importante per l’ubicazione viene da Strabone, geografo greco che vive
nel I sec. a.C. (63- 19). Si tratta di due brani che identificano nelle
isole de Li Galli, nel tratto di mare antistante Positano , le tre
isolette solitarie e rocciose come sede delle Sirene. E’ significativo
che numerose imbarcazioni antiche siano naufragate nei pressi della mitica
sede delle Sirene, le quali rappresentano nella mitologia greca gli
ostacoli e i pericoli della navigazione in questo tratto di mare. La
capacità di Ulisse e dei suoi compagni di resistere al melodioso canto
(Omero, Odissea, 12° libro) è la trasposizione in chiave mitologica dei
progressi della navigazione e di come fosse possibile superare le insidie
di quel mare, avendo acquisito migliore conoscenza delle correnti della
zona. Le Sirene sono sempre localizzate su rupi sporgenti sul mare e
visibili anche da lontano: Licosa a Punta Licosa che chiude a S il golfo
di Salerno, Ligea a Punta Campanella che lo delimita a N e Partenope,
sepolta presso Pizzofalcone a Napoli. |
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L’ubicazione deriva dal tratto
mitico che le caratterizza, di attrarre cioè i naviganti e poi provocarne
la morte: le rupi dovevano infatti costituire da lontano un punto di
riferimento per i marinai, ma poi il gioco delle correnti e i vortici
trascinavano le imbarcazioni suli scogli, con conseguente morte degli
equipaggi.
Il culto scaturì ovviamente dal desiderio di placare tali
esseri malefici e procacciarsi la salvezza. Le isolette del Gallo Lungo,
Castelluccio e la Rotonda conservano ancora oggi il nome di “Li Galli,
che è chiaro richiamo alla iconografia delle Sirene nell’arte figurata
greca arcaica, dove erano rappresentate come pennuti dal volto umano e non
come donne con la parte inferiore del corpo conformata a pesce, che è
l’affascinante immagine della Sirena medievale. In età augustea l’eco
della malefica attrazione delle Sirene riviveva ancora nei versi
dell’Eneide di Virgilio. A Capri veniva costruito in età flavia il faro
eretto sull’estremità del promontorio orientale e orientato dunque
proprio verso le isole de Li Galli, crollato a causa di un terremoto nel
37 d.C.: nel I sec. d.C. quel tratto di mare presentava dunque ancora
pericoli per le rotte della navigazione. Nel 1131 le tre isolette erano
chiamate “Guallo” e nel 1225 Federico II di Svevia le donò al
monastero di Positano. |
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LE
VILLE ROMANE
Sulla
costiera amalfitana nacquero in età romana ville di lusso che in un primo
momento avevano lo scopo di controllare le rotte da e per il Lazio
infatti, erano denominate maritimae perché accessibili solo dal mare .
Per Vitruvio, il famoso architetto dell’epoca dell’imperatore Augusto,
queste ville appartengono al cosiddetto “tipo disperso”, costituite
cioè da singole parti ben distinte fra loro, non delimitate da uno spazio
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rigidamente geometrico, ma con gruppi
costruttivi esistenti di per sé, congiunti in base alla conformazione del
terreno, con inevitabili spostamenti di asse. Le
villae della baia di Postano e sui Galli attestano che la costiera
amalfitana fu eletta a residenza estiva da ricchi romani, patrizi o
danarosi liberti. Della villa
che si trova sulla più grande delle tre isole dei Galli, il Gallo Lungo,
allo stato attuale non è visibile più nulla. Dalla pianta riportata
nella Forma Italiae da Mingazzini e Pfister negli anni Quaranta si nota
comunque che erano presenti gli elementi fondamentali della villa di tipo
marittimo: la domus, lo xystus e il quartiere marittimo. La domus era
situata su uno dei due cocuzzoli dell’isola: le asperità furono
spianate creando un terrazzo, a est del quale si elevava la casa. Ai due
lati della casa si estendeva un giardino porticato: lo xystus, termine che
originariamente corrispondeva allo spazio coperto, in genere un portico
collegato al giardino o viridarium che coincideva con l’ambulatio per la
passeggiata igienica. |
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LA
VILLA NELLA BAIA DI POSITANO
Nei
pressi dell’attuale chiesa madre di Positano esistono i restidi una
villa romana, alla quale non è più possibile accedere. A questa villa si
riferisce il rapporto del 23 aprile 1758 di Carlo Weber, addetto agli
scavi di Pompei, Ercolano e Stabia all’epoca di Carlo III di Borbone. Il
Weber dice di aver osservato che al lato della chiesa con campanile, di
fronte alla spiaggia che è ai piedi dei monti chiamati
Santa Maria a Castelli e S. Angelo, alla profondità di 30 palmi si
trova un edificio antico il cui primo mosaico è in marmo bianco molto
pregiato. Quindi il Weber descrive quanto è ancora visibile nel
complesso, il quale appare davvero notevole: discostandosi dalla chiesa
vide infatti dei piccoli ambienti con pareti dipinte ma il cui intonaco
era per la maggior parte caduto perché in cattive condizioni, e ancora
due grandi colonne in laterizio, ricoperte da intonaco rosso vivo, ai lati
di un condotto
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d’acqua e, successivamente,
un altro condotto simile al
precedente, con colonne in mattoni intonacate bianche. Lateralmente potè
osservare un giardino a pianta quadrangolare circondato da un corridoio
con pilastri intonacati e, al centro, una vasca con condotto di scarico.
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I
dati da lui riportati hanno trovato riscontro in quanto la Soprintendenza
di napoli negli anni Venti potè constatare allorchè un macellaio,
effettuando dei lavori nella
parte retrostante la sua bottega attigua alla piazzetta Regina Giovanna,
ai piedi della scala della chiesa, si imbattè proprio nei resti della
villa romana. I lavori prevedevano l’estrazione del lapillo, operazione
che una volta effettuata, creò un vuoto alto da m. 1,5 a 2.
L’intervento non provocò danni sia perché fu tempestivamente fermato
sia per la presenza di una vigna sul banco tufaceo. Questo banco di circa
8 m. di tufo grigio con un metro di humus soprastante è il risultato
delle piogge torrenziali di tipo alluvionale. Il banco tufaceo sarebbe il
risultato dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. che avrebbe ricoperto la
villa romana di Positano. Il processo di seppellimento e distruzione di
questo complesso fu simile a quello di Ercolano: schiacciata nella morsa
del fango indurito, della villa rimase intatto solo il pianterreno. Dal
rilievo promosso dal Mingazzini in quell’occasione si vide l’esistenza
di un peristilio con colonne laterizie stuccate, le cui basi erano chiuse
da un muretto basso e continuo, pluteo, riempito probabilmente di terra
all’interno per piantarvi dei fiori.
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In base ai dati strutturali sembra
che almeno una parte di questa villa possa risalire al I sec. a.C. e
infatti Mingazzini sostiene che si tratta di una costruzione repubblicana;
secondo altri ci troveremmo di fronte ad una villa del consueto tipo
vesuviano di età giulio- claudia, distrutta dall’eruzione del 79 d.C.
Ad eguale datazione giunse per altra via il Della Corte il quale sostenne
che il nome di Positano deve rannodarsi al nome di “Posides Claudi
Caesaris libertus” e ad un suo praedium posidetanum. Sulla villa di
Positano crebbe nell’altomedioevo una abbazia alla quale potrebbe
appartenere la lastra con la pistrice inserita nel campanile della Chiesa
Madre. Si segnala la suggestione di espressioni come “in mezzo alla
terra”, allusiva ad una “chora”, come ancora localmente si denomina
la zona della chiesa di S.Maria delle Grazie (o Chiesa Nuova) o di
strutture come il mulino ad acqua che ancora si vede avvicinandosi alla
Valle dei Mulini.
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