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Tutti abbiamo visto o sentito parlare dei tragici avvenimenti accaduti nel corso della manifestazione contro il vertice del G8, svoltasi a Genova lo scorso mese di agosto. Vassilis era tra i manifestanti in qualità di fotografo per il suo giornale. Ci racconta in parole semplici quanto ha visto ed il modo in cui ha percepito gli eventi.
Quale è stato il tuo primo impatto con Genova appena arrivato?
Beh... non mi aspettavo certo di trovare ciò che ho visto. Quel giovedì pomeriggio c'erano solo pochi motorini per le strade della città e due macchine su tre erano della polizia. I negozi erano tutti chiusi con le saracinesche abbassate e barricate da sbarre di legno o addirittura di ferro. Lo stupore è cresciuto poi nel vedere che più tardi nella notte non trapelava alcuna luce dalle case, era il buio totale.
Una quiete, quindi, poco ordinaria, quasi angosciante...
Una coppia di genovesi incontrati per strada mi ha confessato lo spavento avvertito nel vedere la città deserta e "blindata" come non mai, pur essendo consapevole dell'importanza della manifestazione.
Una città totalmente vuota quindi che mi ha subito fatto pensare ad un regime totalitario dei paesi dell'Est; Genova era stata divisa da muri di ferro giganteschi e in diverse zone non si poteva circolare.
Tutto questo mi ha dato la sensazione che la città fosse proprio nelle mani della polizia.
Che aria tirava giovedì sera prima dell'inizio della manifestazione?
Nella zona del lungo mare, vicino al porto, l'atmosfera era tutt'altro che triste. Centinaia di giovani del Social Forum ballavano e cantavano in un bailamme caotico di musica. Un contrasto netto con il resto della città vuota!
Inoltre, gli addetti all'organizzazione della manifestazione si sono subito messi a disposizione per trasmettere qualunque tipo d'informazione sulla città a chi ne avesse bisogno.
Insomma, il grande sistema di sicurezza applicato a tutta la città e l'umore generalmente positivo tra i manifestanti non mi ha dato alcun modo d'immaginare quanto sarebbe accaduto meno di 24 ore dopo...
Ma il giorno dopo le cose sono cambiate…?
Il giorno dopo la polizia era quasi simile ad un esercito pronto per la guerra, armato di caschi, gas lacrimogeni, maschere e scudi. Faceva proprio paura!
Presto è successo il caos. Dei ragazzini si sono messi a tirare delle pietre nascoste nei loro zaini verso i poliziotti in segno di protesta alla proibizione sull'accesso a certe zone della città. Questi li hanno caricati e lì ci sono stati gli scontri che tutti abbiamo visto in televisione.
In quel momento, per proteggermi da pietre e gas lacrimogeni, mi sono coperto con un casco da motocicletta, una maschera di tela comprati in fretta da un ferramenta e degli occhialini da nuoto.
Poi, il bagno di sangue con la morte di Carlo Giuliani, il giovane manifestante che stava tentando di lanciare un estintore verso un furgone della polizia, incastrato e preso d'assalto con i suoi coetanei.
Tu hai riportato ferite nel corso degli scontri?
Per fortuna a me non è successo niente. Noi della stampa eravamo benvenuti in certi momenti e totalmente indesiderati in altri.
Mi è però capitato di assistere a scene poco gradevoli, come per esempio una in cui un ragazzo giovanissimo è stato trascinato per i capelli da poliziotti proprio accanto a dove mi trovavo io ed è stato poi preso a calci mentre implorava che la smettessero. Di preciso non so cos'avesse fatto, ma la punizione mi è sembrata un po' esagerata.
Per paura di subire la stessa sorte ho subito allontanato la macchina fotografica dal viso ed ho continuato scattare foto con l'apparecchio posizionato sui fianchi, in modo che non se ne accorgessero.
Subito dopo è arrivato un altro poliziotto per affibbiare una forte manganellata ad un mio compagno cameraman che si è subito piegato dal dolore facendo cadere a terra la telecamera.
In quel momento ci hanno lanciato i gas lacrimogeni in faccia e, senza vederci un gran che, mi sono allontanato con 15 kg di attrezzatura sulle spalle per trovare in fretta un'ambulanza che mi portasse assistenza, poiché mi bruciavano parecchio gli occhi.
Mentre eri a Genova hai avuto l'occasione di interrogare qualche membro della polizia su quanto stava accadendo?
Sì, figurati che mi è capitato di scambiare due chiacchiere con un giovane poliziotto davanti ad un panino a pranzo!
Parlando degli scontri e del caos generale mi ha detto: "Sai... è vero che tra i nostri ci sono dei mascalzoni che hanno agito in malo modo. Hanno sbagliato, non c'è dubbio, ma è anche vero che non si tratta di tutto il corpo di polizia e sai... io ed altri dei miei colleghi non abbiamo scelto di essere qui, tu ed i manifestanti sì. Non vedo l'ora di tornarmene a casa...
Che sensazione ti è rimasta di tutto ciò che è accaduto?
Ho l'impressione che alla fine questo G8 non sia servito a nulla. E' stato versato tanto sangue, la città è stata distrutta e malgrado mesi di organizzazione dei sistemi di sicurezza, gli unici protetti sono stati gli addetti ai lavori. Tutto questo per proteggere ... otto persone!
Dal mio rientro a Roma non c'è una sera che non mi sogni i fatti del G8. E' stata un'esperienza travolgente.
Genova è il ricordo di un sole splendente oscurato dal fumo delle macchine incendiate, di un continuo, ossessivo ululare di sirene delle ambulanze.
Questa è la realtà che il mio sguardo, offuscato dalle lacrime per i gas lanciati dalla polizia, è riuscito a cogliere...
Ma quelle che gli brillano ora negli occhi non dipendono certo dai lacrimogeni di Genova… I ricordi a volte sono duri a morire e la rabbia di come le cose potrebbero, dovrebbero andare permane spesso più a lungo di quanto noi stessi non vorremmo.
Eleonora De Feo - 23/08/01
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