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Da qualche anno a questa parte si moltiplicano sui media titoli del tipo: "Iceberg gigante si stacca dall'Atlantico", "Gli oceani si surriscaldano?…", "Il lento addio del ghiacciaio…", "La Groenlandia si scioglie di un metro all'anno" eccetera. La gente si lamenta ovunque che non ci sono più stagioni e che il clima sta cambiando, un po' dappertutto. Tutto questo mi ricorda una curiosa ipotesi che uno scienziato inglese (James Lovelock) formulò negli anni '70, immaginando che la Terra fosse un sistema interagente di esseri viventi, suolo, atmosfera ed oceano. La chiamò "Ipotesi di Gaia", dal nome latino di Gea, divinità che nell'antica Grecia simboleggiava appunto la Terra. Quella che era nata come semplice "ipotesi" si è oggi consolidata ed è considerata una "teoria" vera e propria, condivisa e studiata da numerosi scienziati di varia estrazione, ma soprattutto dai biologi sistemici.
Il nostro pianeta, insomma, sarebbe una specie di organismo unitario, anche se di tipo non evolutivo, capace di reagire in forma autonoma a determinate sollecitazioni. Forse, come afferma Tyler Volk, "qualunque scolaro" dovrebbe sapere che "l'ossigeno, quel gas vitale che costituisce il 21% della composizione totale dell'atmosfera … è derivato dalla fotosintesi, quando alcuni prodotti…parti di alghe marine… cortecce ed altre sostanze organiche resistenti… sono stati seppelliti e imprigionati nelle rocce…". Nessun scienziato, tuttavia, potrebbe spiegarci ancora perché l'ossigeno si è attestato proprio al 21%, praticamente da sempre. Lo stesso Volk, in un dialogo simulato con una divinità che lo interroga in proposito, risponde: "Non lo so, chiedilo a Gaia".
Così Gaia, da eoni ormai, assicura la propria sopravvivenza attraverso una sottilissima rete di delicati equilibri tra la materia nelle sue diverse forme di organizzazione; mentre le diverse conformazioni morfologiche si trasformano, le specie passano e si avvicendano, il pianeta vivente rimane, quasi imperituro… ma fino a quando? Nella Teoria del Caos è ricorrente un'affermazione semiseria denominata "effetto farfalla" secondo la quale un fremito d'ala di farfalla nella foresta amazzonica potrebbe, dopo mesi, arrivare ad originare un tifone a distanza di molte migliaia di chilometri. L'affermazione, pur se forzata, ben vale a spiegare l'estrema sensibilità dei sistemi caotici alle condizioni iniziali e fino a che punto cambiamenti anche minuscoli nello stato iniziale possano portare, con il tempo, ad imprevedibili conseguenze di larga scala. Dove ci condurranno, allora, le continue violenze inflitte al pianeta nel nome del progresso? Quando i poli saranno completamente sciolti, riuscirà Gaia a trovare altri sistemi per contrastare l'effetto serra, o preferirà sbarazzarsi di questa razza umana che le causa tanti problemi?
E… se Gaia fosse una realtà?
Eleonora De Feo - 16/04/02
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