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I racconti di Giuliana Riccio
 

"COFFEE GENERATION"

Mi diceva spesso che appartenevo alla generazione degli yogurt e che quindi non potevo capirlo. Capirlo forse no, ma amarlo sì e con tutto il mio cuore di fermenti lattici vivi e lampone.
Lo avevo incontrato nel caffè dove lavoravo durante i mesi estivi, quando l'università era chiusa e i miei ventun'anni troppo poco finanziati per permettermi di andare in vacanza come molti miei amici. Sedeva sempre all'ultimo tavolino, quello nell'angolo accanto alla finestra che dava sul mare.
Fumava e tra un sorso di wisky e uno sbadiglio, leggeva un giornale. Poi usciva e passeggiava a lungo sulla spiaggia. In silenzio, da solo, avvolto in un key way verdazzurro. Mi piaceva guardarlo e immergermi in quei suoi occhi scuri e grandi, in quella sua barba poco curata, triste e piena di nostalgia. Ho rotto una decina di tazzine e versato molti cocktail sul bancone quell'estate. Era molto più grande di me. Forse di quindici o vent'anni. Non lo so, non gliel'ho mai chiesto. Parlava poco. Guardava sempre davanti a sé, mai indietro, sempre e solo davanti, oltre il cielo e il vento, oltre i corpi delle persone. Ci attraversava tutti ed io, attraversavo lui. Iniziai a parlargli per caso. Gli chiesi se tutto quel wisky non avesse potuto fargli del male al fegato.
Era grasso. Lui mi sorrise.
"Qualcuno, come te, diceva pure che ero alcolizzato e che avevo bisogno di disintossicarmi. Ma voi, siete la generazione degli yogurt, che cosa potete capirne di un uomo?"
"Noi?"
"Sì, voi ragazzine, con i jeans della Lewi's e le unghie lunghe e colorate."
"Non ho le unghie colorate!"Rise e buttò giù d'un sorso il bicchiere di Chivas che gli avevo appena portato. Poi, si alzò pagò e andò via, verso la riva del mare. Compiva quel rito ogni giorno, in un silenzio quasi religioso. Nessuno avrebbe osato disturbarlo. Bevevo caffè forte, senza zucchero. Scuro, caldo. Lo osservavo così, tra un sorso e l'altro. Questo era l'unico "antidoto" al suo ipnotismo. Se non avessi bevuto caffè amaro, mi sarei lasciata andare ai miei strambi sogni e lo avrei seguito lassù, in cima ai suoi pensieri da uomo maturo.
"Cosa fai nella vita ragazzina?"
"Mi chiamo Ileana"
"Permalosa?"
"No, precisa."
"Cosa fai nella vita oltre a servire ai tavoli?"
"Studio…filosofia.""Mmm, una filosofa…ne esistono ancora?"
Cercavo di ignorare il suo sarcasmo.
"E tu, cosa fai nella vita, oltre a bere e camminare?"
"Niente. Lavoro, ma niente di speciale, non sono un super eroe né un Brad Pitt. Spiacente di deluderti."
"Si vede che non sei Brad Pitt. Non c'era mica bisogno di sottolinearlo. E comunque, non sono delusa. Non mi piacciono gli eroi."
Un Johnnie Walker e poi via, di nuovo su quei sassi, su quella sabbia, di nuovo laggiù a parlare con il mare mentre io, mi costringevo a bere caffè amaro e a restare sveglia e attenta, a servire giustamente i clienti e a non rompere bicchieri per evitare rimproveri.
"Sei qua in vacanza?"
"No, abito a pochi chilometri da qui"
"E dalle tue parti, non ci sono locali? Non è assurdo venire qui tutti i giorni per bere?"
"Ma ti pagano anche per fare l'impicciona?"
"Era solo una battuta…così, tanto per dire qualcosa."
"Mi piace questo posto, tutto qua."
"E' strano.""Cosa è strano? Che mi piace questo posto, che bevo sempre o che passeggio come un cane bastonato sulla spiaggia?"
"Nessuna delle tre. E' strano che sei sempre solo"
"Anche tu sei sempre sola"
"Ma io qui lavoro…"
"Anche io lavoro."
Si interrompeva sempre all'improvviso. Ad un certo punto, smetteva di guardarmi e iniziava a giocare con i cubetti di ghiaccio, nel bicchiere di vetro ancora mezzo pieno. Allora, me ne tornavo dietro al bancone a bere il mio solito caffè e a chiacchierare con i ragazzini che giocavano a biliardino, con indosso le magliette di Del Piero e Totti. Mi accorsi, pian piano, di non poter fare più a meno della sua presenza. Era strano, bastava che tardasse di qualche ora, perché iniziassi ad innervosirmi. Mi imbottivo di caffè neri e amari per non pensare. Temevo di vedermelo arrivare, da un momento all'altro, abbracciato ad una ragazza, oppure di non vederlo arrivare affatto. Perché mi interessava tanto quell'uomo?
Vedevo i suoi occhi dovunque e le sue dita, appoggiate ad un bicchiere di vetro, sporche di alcool e sabbia, mi scivolavano addosso senza preavviso, nei momenti meno opportuni, magari, mentre preparavo un frappè o uno dei tanti caffè shekerati che mi chiedevano nel corso di una giornata.
Temevo anche che lui, potesse sentire le mie mani tremare, ogni volta che lo servivo, oppure accorgersi di quanto la mia voce fosse cambiata, adesso, di quanto fosse innamorata di lui. Una sera, mi aspettò all'uscita. Era tardi, quasi mezzanotte. Mi spaventai tantissimo nel vedermelo apparire di fronte. Pensai subito che doveva essere uno di quei maniaci psicopatici che si divertono ad andare in giro a violentare e ad ammazzare le ragazzine ingenue e sprovvedute. Ma i suoi occhi, mi impedirono di credere a lungo ai miei pensieri.
"Ti va di sentire una cosa?" Disse con voce sorda e immobile.
"Cosa?"
"Non qui, laggiù, su quello scoglio. Non ti mangio sai?"
"Ok"
Lo seguii. Aveva una chitarra in mano ma, me ne accorsi solo quando fummo sulla scogliera perché lassù, la luce del faro ci illuminava. Ci sedemmo senza dirci niente. Sfilò la chitarra e iniziò a suonare. Musica e poi parole: "Ora che ho te, il mio colore è tempera d'amore…e ti ho chiamata fungo,raccogliendoti in un prato alla stazione…chissà perché al tuo sorriso non serve un nome…chissà perché al tuo mare bambino non serve un sole…ma il tempo si guadagna e tu, ora, sei lontana dolce compagna…belva di spenta età, mi bracca l'orrore che un giorno non rispunterai ed il mio colore diventerà tempera d'orrore…Ora che ho te…ora che ho te…" Parole e mare, vento e musica. Tempera d'amore.
Lui piangeva ma senza lacrime. Allora lo abbracciai forte forte.
Sentivo sotto la camicia la sua pelle sudata, calda. Sentivo il mio cuore battere e ancora battere, più forte delle onde, più forte della sirena di quella nave che proprio allora illuminava l'orizzonte.
"Non pensavo ne esistessero ancora"
"Di cosa?"
"Di poeti"
Poi lo baciai.
Wisky e caffè.
Lui non mi avrebbe mai baciata. Forse non avrebbe neppure voluto farla accadere una simile cosa. Amava ancora quella ragazza dai jeans della Lewi's e le unghie colorate. La ragazza degli yogurt e dal sapore del mare. Mi addormentai sulle sue gambe e rimasi così fino al mattino. Mi svegliai con il Key Way verdazzurro sulle spalle. Lui era rimasto sveglio tutta la notte, sempre là con gli occhi fissi in avanti, rivolti verso il cielo, verso il mare.
"Ho visto cinque stelle cadenti, stanotte" mi disse guardandomi, con un sorriso appena accennato sulle labbra, pieno di affetto ma non d'amore.
"Ti sgrideranno a casa?"
"No"
"Saranno in pensiero per te! "
"No…"
"Avrei dovuto svegliarti ma, non volevo separarmi da te"
"Non c'è nessuno ad aspettarmi a casa, non c'è nessuno che mi sgriderà. Non preoccuparti." Mi guardò cercando una spiegazione. Non gli permisi di farmi domande. Non volevo un altro uomo capace di compatirmi per la mia situazione da povera orfanella squattrinata. Volevo che lui potesse conoscermi solo per quello che ero.
"Ti ricordo lei vero?" Fu un colpo scorretto, lo ammetto, ma al momento non seppi trovare di meglio. Rimase perplesso
"No- sorrise calmo e mi accarezzò la testa- No, lei non mi avrebbe mai baciato. aspettava sempre che lo facessi io"
Tornò ancora, per tutta l'estate in quel caffè. Mi raccontava del suo cane bianco, dei sogni che amava fare alla mia età. Ascoltava la mia voce vibrare per giovani ideali.
"Voglio fare l'attrice. Adoro il teatro"
"Volevo suonare con David Bowie"
"Partirò, voglio vedere il mondo."
"A Losanna ho suonato per la prima volta per un pubblico di scalmanati. Avevo diciott'anni. Rock puro. C'era un casino di gente."
"Andrò ad Holstebro, in Danimarca…voglio entrare nell'Odin teatret"
"C'ero quasi riuscito. Io e gli Spleen abbiamo inciso due LP nell'ottantadue. E'stato meraviglioso registrare"
"Ci credo. Voglio crederci."
"La droga li ha uccisi tutti. Tre anni dopo ero rimasto solo…"
"Ci credo. Voglio riuscirci." Per tutta l'estate mi aspettò all'uscita del caffè per farmi ascoltare le sue canzoni. Beveva sempre wisky e non lo baciai mai più. Però ce ne stavamo abbracciati per ore e il pomeriggio quando il bar era chiuso, correvamo in spiaggia a cercare pietre piatte per poi lanciarle in acqua. Facevamo a gara a chi riusciva a farle rimbalzare di più, una, due, tre, quattro volte, fino a quando le braccia non ci facevano così male che dovevamo fermarci, e allora, scoppiavamo a ridere e poi giù, distesi a guardare dentro il vento, facendo finta di essere aquiloni.
Di lei non parlava mai. Non avrei potuto capire. Eppure, le nostre generazioni non erano poi così lontane. Lui parlava di yogurt, io di caffè.
Entrambi, e glielo dissi, qualche giorno prima di ritornare in città, per riprendere a studiare, dovevamo appartenere alla generazione del caffè forte e amaro, scuro e caldo. Senza zucchero.
Facevamo sogni dall'aroma intenso ma dal gusto a volte insopportabile. Per berli avevamo bisogno di coraggio. 

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