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"Francesco De Gregori"
Concerto a Castel San Giorgio
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L'anfiteatro Naturale di Cava di Santa Barbara, a Castel San Giorgio, ha accolto la marea di estimatori di Francesco De Gregori che, sabato 28 Giugno, si sono ritrovati per il suo concerto, unica tappa (da solo, senza Giovanna Marini) in Campania.
L'organizzazione della serata è stata perfetta, il luogo dove si è tenuto il concerto è di quelli che restano impressi, ottima l'acustica naturale della cava, nutrita la presenza delle autorità (dal Sindaco di Salerno, De Biase, al Presidente della Regione, Andria), la gente, poi, è accorsa come al solito numerosa per ascoltare le splendide canzoni del "Principe" della canzone italiana. Insomma, tutto perfetto di fronte e intorno al palco. Poi è iniziato il concerto. 
De Gregori ha esordito con "Saluteremo il signor padrone", brano tratto dal suo ultimo CD, "Il fischio del vapore", realizzato in coppia con Giovanna Marini, poi ha cominciato a pescare a macchia di leopardo in tutto il suo repertorio. In scaletta ovviamente i brani storici, i soliti: Niente da capire, Generale, Alice, Rimmel, Viva l'Italia, Sangue su Sangue, ma anche canzoni meno inflazionate: Dr. Doberman, Bambini venite parvulos, Pezzi di vetro (che ha eseguito da solo con la chitarra), oltre ai recenti successi dell'ultimo album in studio "Amore nel pomeriggio", da "L'aggettivo mitico" a "Condannato a Morte". De Gregori ha riservato anche qualche piacevole sorpresa per il suo pubblico più esigente: il rifacimento di canzoni negli ultimi anni tenute fuori scaletta, come "Caterina", "Pentathlon", "Il signor Hood" o la struggente "Festival" (meravigliosa parabola sulla scomparsa di Luigi Tenco), oltre a due cover di Bob Dylan, canzoni che hanno indubbiamente toccato l'anima dei suoi fan storici. Ma la grande assente della serata è sembrata proprio l'anima di De Gregori: probabilmente la grande massa dei presenti al concerto, non si accorta di nulla, ma chi è cresciuto con le sue canzoni, chi nelle sue canzoni ha sempre visto un punto di riferimento culturale (e civile), chi da un artista della stazza di De Gregori si aspetta sempre il meglio, non ha potuto celare una certa delusione. Il "principe" è salito sul palco salutando a stento, un leggero cenno del capo, e va bene, sulla cosa si può tranquillamente sorvolare: si sa che De Gregori è notoriamente schivo, poco incline alla chiacchiera anche con il suo pubblico più affezionato. Ma ciò che più colpisce è l'approssimazione nella scelta degli arrangiamenti, nell'esecuzione dei brani: un rock minimalista, quasi sciatto, eppure i musicisti c'erano (su tutti Lucio Bardi alla chitarra), ma non hanno avuto lo spazio che meritavano. Il cantautore ha preferito la potenza dell'unisono (sul palco tre chitarre, un mandolino, il basso e la batteria), molto rumore, che nel rock ci sta, ma che se fatto male, rischia di ridursi ad un "forte rumore di niente", che non consente di distinguere una canzone dall'altra. De Gregori sa mettere le parole in fila meglio di chiunque altro in Italia, e questo da "Signora aquilone" a "L'aggettivo mitico", ma per restare un cantautore questo non basta, ci vuole la musica, ingrediente essenziale al pari del testo per chi scrive canzoni.

A cura di Giuseppe Lucarelli.


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