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Non solo, ma
per quanto le nuove tecniche avessero migliorato e semplificato le
manovre, ad un gabbiere erano assegnati circa 120 metri quadrati di vela, contro
i 50-60 metri degli anni precedenti.
La vita a bordo dei velieri era veramente dura: le prime
difficoltà si presentavano per l'imbarco. Diventare marinai non era facile,
infatti a tredici, quattordici anni si potevano imbarcare come "mozzo"
solo quelli che avevano già maturato un'esperienza, garantita dal libretto di
marittimo. Ovviamente le esperienze precedenti di questi ragazzotti già troppo
muscolosi per la loro età, erano state maturate su barche da pesca costiera o
su piccole navi da trasporto locale. A bordo non erano considerati ancora
marinai e vivevano anche in locali diversi: il mozzo dormiva e mangiava nel
"dispensino" a poppa, ed i suoi principali compiti erano quelli di
servire alla mensa degli ufficiali, di pulire il ponte, di mantenere lucidi gli
ottoni. La tradizionale gerarchia era rispettata appieno anche durante le
manovre più semplici: ad esempio per l'alaggio di un'ancora o per tendere un
cavo dando volta attorno ad un bozzello o per una manovra all'organo, il posto
più pericoloso spettava all'ufficiale di turno, poi via lungo il cavo stesso
c'erano i marinai, poi i novizi ed infine i mozzi. I novizi erano "i quasi
marinai". Un'altra categoria era quella dei "pilotini", che erano
giovani benestanti avviati alla carriera di ufficiale. Nella gerarchia erano
appena al di sopra dei mozzi.
L'unico vantaggio di cui godevano i mozzi era quello di non
essere soggetti a turni di guardia durante la notte. I pilotini partecipavano
alla vita di bordo ed erano presenti in tutte le manovre, quasi come i
mozzi, ma sedevano alla mensa degli ufficiali, spesso al tavolo del
comandante.
Il mozzo, prima dell'imbarco, firmava un contratto che lo
impegnava "ad eseguire tutti gli ordini che avrebbe ricevuto, fare tutte le
manovre, tutti i lavori e assolvere a tutte le incombenze che gli sarebbero
state date ai fini della salvaguardia della nave e del suo carico".
Contemporaneamente riceveva però tre mesi di paga anticipata che gli
serviva generalmente per eliminare qualche debito, acquistare degli indumenti,
una cerata, un berretto, ecc. I novizi vivevano nel castello di prua e servivano
a tavola alla mensa degli ufficiali: marinai si diventava altrimenti poteva
durare anche sette, otto mesi, per cui una delle cose da tener sotto controllo,
oltre alle provviste di cibo, era l'acqua. Veniva stivata in serbatoi ricavati
nelle stive e poi pompata o portata in coperta per gli usi quotidiani. L'acqua
potabile destinata all'equipaggio era posta in recipiente di quercia, ma ogni
marinaio ogni qualvolta beveva, aveva l'obbligo di chiedere l'autorizzazione.
Lavare gli abiti con l'acqua dolce era possibile solo una volta
durante la settimana, la domenica, in cui il marinaio o il mozzo riceveva un
secchio d'acqua, che gli doveva servire per lavarsi e per fare il bucato.
Durante ogni sosta poi si approfittava per lavare a fondo ogni cosa oltre a far
il pieno d'acqua fresca. Quando nei porti non si riusciva a fare acqua, si
andava su qualche spiaggia col barchino e generalmente si tornava con una serie
di barili al traino. Il lavoro a bordo era comunque molto rischioso, e non erano
pochi i marinai che finivano in mare spazzati dalle onde o cadevano dai pennoni.
Quando ciò accadeva il comandante annotava tutto sul registro di bordo,
segnando a margine una piccola croce. Si faceva l'inventario dei beni del
marinaio defunto e si conservavano fino all'arrivo in porto. I beni deperibili,
il cibo e quant'altro potesse deteriorarsi, per tradizione finiva all'asta che
si teneva sotto l'albero di maestra. Il morto veniva avvolto in una tela
come quelle delle vele e poi, appesantito, veniva fatto scivolare in acqua ed
una piccola croce veniva segnata sulla carta nautica per indicare simbolicamente
l luogo di sepoltura.
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