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San Pietro a Corte
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cura di Vincenzo de Simone
La chiesa che nel 1938 prese il titolo di Santo Stefano, essendo venuta in possesso della confraternita omonima, è la cappella palatina, originariamente sotto il titolo dei Santi Pietro e Paolo, annessa alla reggia costruita dal principe Arechi II fra il 758 e il 787, quando trasferì la residenza della corte da Benevento a Salerno. Guaimario II vi aggiunse, nel 920, il campanile. Alla sua edificazione non esisteva accesso esterno, ma i principi longobardi la raggiungevano attraverso una porta che la metteva in comunicazione diretta con il palazzo; porta ancora documentata nel Seicento, ancorché la reggia, naturalmente rimaneggiata e in gran parte ricostruita, fosse divenuta edificio per civili abitazioni.
L'edificazione di parte del palazzo e della cappella avvenne su un sito già stratificato, costituito da un complesso termale romano in parte del quale era stato impiantato un luogo di culto paleocristiano e un sepolcreto. Il cantiere arechiano, ancorché intervenisse massicciamente ricoprendo il luogo, pure salvaguardò la preesistente chiesa che, di fatto, divenne cripta della cappella palatina e fu arricchita di nuovi affreschi; la ritroveremo sconsacrata e ridotta a cellaro l'8 febbraio 1554, nonostante in essa fosse istituito un beneficio sotto il titolo di Sant'Elena con rendite separate da quelle badiali dell'ex cappella palatina.
Nelle mani degli abati di San Pietro a Corte, per privilegi concessi dalle varie dinastie regnanti, andò costituendosi un singolare potere di controllo su una moltitudine di enti ecclesiastici (da alcune parrocchie cittadine all'ospedale di Sant'Antonio di Vienne, dal monastero di San Michele Arcangelo a parrocchie di Ogliara, Pellezzano, Giffoni), fino alla costituzione di una sorte di diocesi nella diocesi con l'effettuazione di vere e proprie visite pastorali da parte di quegli abati, il che non poteva non urtare la suscettibilità degli arcivescovi. La situazione si complica ancora quando, il 2 ottobre 1505, Ferdinando il Cattolico dona il patronato dell'ex cappella palatina al nobile napoletano Troiano Mormile; infatti, estintasi la linea di discendenza maschile da questi, alcuni membri della famiglia Pignatelli, che subentra, pretendono di essere investiti della dignità badiale pur non essendo ecclesiastici.
Il 12 dicembre 1741 un accordo circa aspetti giurisdizionali inerenti il patronato di San Pietro a Corte interviene fra l'arcivescovo Rossi e l'abate Pignatelli. Oltre un settantennio dopo, il 9 dicembre 1817, esso è messo in discussione dall'arcivescovo Pinto; ma il Re, il 9 febbraio 1819, conferma il diritto di patronato così come era stato riportato nel registro della Curia del Cappellano Maggiore. Soltanto il 10 dicembre 1842, a seguito di nuove istanze dell'arcivescovo Lupoli, si dichiara San Pietro a Corte nella giurisdizione degli arcivescovi salernitani, restando alla famiglia Pignatelli il solo diritto di patronato.
Con la legislazione del 1867 la badia è soppressa. Nel 1881 i principi Pignatelli vendono l'immobile alla confraternita dell'Immacolata Concezione, estintasi la quale, la chiesa passa, come accennato, all'altra confraternita di Santo Stefano.
Attualmente si accede all'ex cappella palatina, poi badia di San Pietro a Corte, dal larghetto omonimo, tramite la scalea cinquecentesca, aggiunta con la distruzione di parte del loggiato, che si conclude in un protiro coperto da una tettoia a doppio spiovente. L'altissimo prospetto occidentale contrasta con il campanile apparentemente sproporzionato, che deve la sua mole ridotta ad un cedimento delle fondazioni verificatosi in fase di costruzione. L'interno, orientato canonicamente sull'asse est-ovest, è a navata unica con abside. Sulla parete di settentrione si osservano, ai lati del campanile, due bifore con colonna centrale simili ad una quadrifora presente sull'attuale parete di accesso; verso l'abside sono due monofore isolate. La traccia di una porta murata, con soglia evidentemente ad un livello inferiore a quello dell'attuale piano di calpestio, si intravede sulla parete meridionale, verso quello che fu il palazzo arechiano.
L'ambiente ipogeo, orientato come la chiesa superiore, è diviso in due scomparti su livelli diversi; il più elevato si conclude, all'estremità orientale, in un'abside rettangolare con presbiterio delimitato da muretti e fornito di un piccolo altare. Affreschi non ancora datati in modo univoco adornano le pareti e uno dei pilastri.
Per saperne di più. G. CRISCI, Salerno Sacra, 2a edizione postuma a cura di V. DE SIMONE, G. RESCIGNO, F. MANZIONE, D. DE MATTIA, edizioni Gutenberg 2001, I, pp. 88-96.
Inoltre. P.PEDUTO, M. ROMITO, M. GALANTE, D. MAURO, I. PASTORE, Un accesso alla storia di salerno: stratigrafie e materiali dell'area palaziale longobarda, in "Rassegna Storica Salernitana", 10, 1988, pp. 9-62. P. PEDUTO, Salerno tra Bizantini e Longobardi, in "Storia di Salerno", I, 2000, pp. 109-112.
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